Le gite scolastiche ad Auschwitz non hanno chiuso i cancelli all’antisemitismo

Tante celebrazioni strappacuore, tanti mai più, tante gite scolastiche ad Auschwitz, alle quali spesso si aggiungevano politici locali in cerca di visibilità: questo sono state le giornate della Memoria negli anni passati, e dopo il 7 ottobre abbiamo avuto la prova evidente che sono servite a poco o niente. O, peggio ancora, a far nascere nei confronti degli ebrei un leggero fastidio, sia perché la loro storia triste rovinava le festosità di una gita scolastica, sia perché il loro status di vittime, di vittime privilegiate, li poneva sempre in vantaggio in una società in cui il successo mediatico delle vittime stava diventando una realtà.

Non è facile per i non ebrei affrontare il 27 gennaio: anche se la colpa della Shoah viene attribuita interamente ai cattivi nazisti, ormai quasi completamente scomparsi, chiunque, anche a digiuno di storia, capisce che ci sono state tante complicità da parte degli altri di ogni Paese coinvolto nella persecuzione. Silenzi di chi non vuol vedere, non vuol sapere, non vuol credere a un male così tremendo, ma anche di chi ha usufruito di un posto di lavoro che un ebreo è stato costretto a lasciare o ha preso qualche oggetto che gli piaceva da una casa da dove erano stati trascinati via gli abitanti ebrei. Complicità con il male che vogliamo dimenticare, ricordando con gran risalto i pochi che hanno salvato gli ebrei nascondendoli, facendo finta che, oggi, tutti saremmo coraggiosi come loro.

Forse i ragazzi che militano nelle file dei pro-Pal, che denunciano il “genocidio” di Gaza, hanno colto questi silenzi, queste ipocrisie, e hanno deciso di dire quello che non si poteva dire: che gli ebrei sono cattivi, che l’antisemitismo ha delle buone ragioni per esistere. L’unica cosa che si può dire allora è la verità, ma completa, senza ipocrisie. Una verità che racconti come l’odio verso gli ebrei non è solo dei nazisti, ma ha radici lunghe e persistenti, che non sono state tagliate. Neppure da sei milioni di morti.