Luigi Marattin, 47 anni, è il più giovane segretario di partito in Parlamento. E il soggetto politico di cui è leader, il Partito Liberaldemocratico, è il più giovane in assoluto: festeggia il primo compleanno. Il momento giusto per fare un primo tagliando e capire con il suo leader come sta crescendo.
Un anno fa nasceva il Pld. Che anno è stato, arrivato alla vigilia del primo compleanno?
«Organi nazionali che si riuniscono con regolarità, organi locali eletti in tutte le regioni dall’Alto Adige alla Sicilia e nel 80% delle province, più di 4.000 iscritti (online e con 25 euro obbligatori), 120 amministratori locali, 14 gruppi tematici permanenti, un webinar e una newsletter settimanali, una scuola di formazione politica, un comitato referendario e – pur senza una lira – ci avviciniamo secondo molti istituti al 2% nei sondaggi. Se me lo avesse detto un anno fa non ci avrei creduto».
Che cosa l’ha colpita di più, tra i fatti inaspettati che hanno accompagnato questo primo anno di vita?
«La passione che abbiamo generato. In chi ci scrive dicendoci che da anni non votava, e solo grazie a noi ha trovato la motivazione per riprendere a far politica. Nei cittadini che vengono, incuriositi, a sentire le nostre iniziative perché “alla Tv di voi non parlano”. I nostri meravigliosi dirigenti (nazionali e locali), che sacrificano il proprio tempo libero, da soli e a mani nude, per la ragione più bella e dimenticata del far politica: perché ci credono, senza volere nulla in cambio».
I sondaggi sembrano premiare la sua scelta. Una base di consenso c’è. Basterà a superare la soglia della legge elettorale?
«Secondo diversi istituti autorevoli (come Piepoli o Emg) abbiamo ormai lo stesso livello di consenso di alcuni piccoli partiti che stanno in tutti i Tg e tre o quattro volte la settimana e ogni giorno sui quotidiani e nelle principali trasmissioni tv. Noi invece siamo per lo più ignorati, ma fa parte del gioco e non mi turba. Il nostro è un progetto di lungo periodo. Non ci spaventa costruire con calma e con serenità».
A proposito, anche se ancora è in bozza, la nuova legge privilegia le coalizioni. C’è ancora spazio per il terzo polo?
«Tutto quello che potevano fare per disincentivare progetti esterni alle due coalizioni lo hanno fatto: la soglia bassa al 40%, il premio elevato, il ballottaggio, la norma che permette ai piccoli di essere eletti pure con lo 0,01% purché siano dentro le coalizioni. Ma qualsiasi legge elettorale ci sia, non può eludere il punto principale: c’è un pezzo di Paese che, col proprio voto, non vuole contribuire a portare né Conte (o Landini) né Salvini (o Vannacci) a fare i ministri. E quel pezzo di paese potrà votare solo noi, o meglio l’offerta politica che spero costruiremo con altri in quest’area».
Quali misure servono al Paese, per tornare a crescere?
«Che lo Stato faccia meno cose, ma in maniera eccellente. Che si cambi il modo in cui i soldi pubblici vengono spesi, non la loro quantità. Che il fisco sia leggero e semplice. Che il settore pubblico sia impregnato di innovazione e meritocrazia, non di conservatorismo, appiattimento e protezione politica. Che l’università esca dal diritto amministrativo e diventi libera di innovare e di pagare un giovane ricercatore quanto merita, non quanto dice una tabella ministeriale».
Tra pochi giorni si vota per il referendum giustizia, lei è schierato per il Sì. Cosa può cambiare dal giorno dopo il referendum?
«Si può realizzare, in concreto, la riforma che fece un partigiano socialista – che era stato rinchiuso dai fascisti in Via Tasso – nel 1988 con il consenso generale. E quello che tutte le forze politiche, insieme, scrissero in Costituzione nel 1999: dare al cittadino la certezza che, se dovesse capitare nell’ingranaggio della giustizia, chi lo giudica non ha niente, ma proprio niente, a che vedere con chi lo accusa».
E quali, tra le idee del Pld, possono risultare utili a riformare davvero l’Italia?
«In un anno abbiamo lanciato una dozzina di idee che nessun altro partito propone. Dal monocameralismo alla riforma della contrattazione collettiva, dagli asili nido aziendali alle proposte per gli affitti, dalla privatizzazione della Rai alla rivoluzione concorrenziale in tutti i settori, dalla riforma della scuola alla sanità, dalla riduzione fiscale per il ceto medio al contrasto dell’anonimato in rete, passando per le proposte coraggiose su energia e, a breve, su università e immigrazione».
Energia, difesa, sicurezza. C’è molto da fare. Avete gioco facile, vista la concorrenza in campo…
«Le nostre proposte sono “liberismo selvaggio” per i populisti di sinistra e “al servizio dei poteri forti” per i populisti di destra. Per noi sono, semplicemente, le ricette liberali di cui ha bisogno l’Italia. Che, si dimentica troppo spesso, negli ultimi 30 anni è stato il paese al mondo che è cresciuto di meno. E senza crescita, non si può realizzare nessuna condizione che permetta alle persone di cercare la propria felicità».
Serve un’Europa più forte. Qual è l’idea del Pld, un federalismo più forte, la caduta dell’unanimità?
«Elezione diretta del presidente della Commissione, potere di iniziativa legislativa al Parlamento, trasformazione del Consiglio in una “camera alta” con voto a maggioranza, devoluzione di alcune materie dagli stati nazionali alla Ue, unione del mercato dei capitali, eurobond, realizzazione del rapporto Draghi. Ma la sostanza è una: gli stati devono capire che o cedono parte della propria sovranità per costruirne una condivisa e democratica, o spariranno».
È stato di recente in Israele. Ed è tra i pochi a difendere risolutamente lo Stato ebraico. Una scelta che le costa?
«No, fare le cose giuste non costa mai. Molti politici ormai assumono questa o quella posizione solo sulla base di ciò che sembra andare di moda. Io non sono mai riuscito a farlo. Penso che la politica debba offrire prospettive ideali all’elettorato, non seguire le mode o a volte persino, come in questo caso, le campagne di disinformazione».
Finalmente è stato approvato il ddl antisemitismo dal Senato. Da liberale, servono regole e leggi più severe?
«Quel disegno di legge non introduce nessun nuovo reato, si limita a sistematizzare una cosa che in un paese normale non dovrebbe neanche essere oggetto di riflessione o dubbio: coordinare le attività di contrasto ad una pratica odiosa come l’antisemitismo, adottando le definizioni accettate a livello internazionale. Il fatto che alcune forze politiche si siano astenute è davvero incomprensibile».
Cosa pensa dell’operazione israelo-americana sull’Iran?
«Che può certamente andar male, e allora quella martoriata regione rimarrà preda del terrore e dell’instabilità. Ma se dovesse andar bene, e cioè se l’Iran fosse liberato da quel regime criminale e instradasse su un cammino di libertà e democrazia, allora cambierebbe il mondo intero».
E l’Italia deve dare il suo contributo, le basi, il supporto ai confini europei e agli alleati Nato?
«Lo ha spiegato bene Crosetto l’altro giorno in Parlamento. Le attività che sono attualmente in corso sono già regolate dagli accordi internazionali vigenti, non serve nessuna autorizzazione aggiuntiva. Se dovesse arrivare una richiesta di supporto ulteriore, il governo la discuterà col parlamento come è giusto che sia».
In uno scenario post-elettorale aperto, darebbe sostegno più volentieri a un governo di centrodestra o di centrosinistra?
«Siamo in un sistema proporzionale, e lo saremo ancor di più dopo la riforma. Quindi ci comporteremo come in tutti i sistemi del genere. Daremo il nostro supporto a chiunque si impegnerà a realizzare le riforme liberali di cui l’Italia ha bisogno. Sicuramente alcuni punti: la riduzione nell’arco della prossima legislatura di 3 punti di spesa pubblica da destinare integralmente al taglio delle tasse; una politica di liberalizzazioni e concorrenza in tutti i settori; l’immediato ritorno al nucleare. Poi, se gli elettori ci daranno più forza, anche altro: in primis la riforma radicale della scuola».
