L’inaugurazione dell‘anno giudiziario 2026 ha certificato l’inutilità di una cerimonia nata nel 1941 in pieno regime fascista. Dalla Cassazione alle Corti d’Appello, la scena è stata dominata non dall’analisi dell’andamento e dei problemi della giustizia ma da comizi politici contro la riforma costituzionale.
La storia dell’inaugurazione dell’anno giudiziario: zero analisi, molto teatro
In Cassazione, il Procuratore Generale Pietro Gaeta ha denunciato che “lo scontro tra giudici e politica ha raggiunto livelli inaccettabili”. A Roma il PG Giuseppe Amato ha definito la riforma “pericolosa”; a Milano la procuratrice Francesca Nanni l’ha bollata come “inutile e punitiva”. A Napoli tornava Gratteri dopo il boicottaggio dell’anno precedente. A Torino, al presidente della Camera Penale Roberto Capra è stato impedito di intervenire perché il presidente della Corte aveva dato priorità all’Anm iscritta prima. Il risultato? Zero analisi seria, molto teatro. Ha senso mantenere questo apparato quando chi ricopre i ruoli di garanzia lo usa per arringhe politiche invece che per l’analisi dei problemi? Quando i magistrati applaudono in piedi come a un congresso? No. Abolirla. Fu introdotta nel 1941, quando Vittorio Emanuele III era “Re d’Italia e d’Albania, Imperatore d’Etiopia” e la giustizia era strumento autoritario. Fino a vent’anni fa il Procuratore Generale teneva la relazione principale, incarnando la commistione Pm-giudice fascista. Dopo il 2005, sostanza immutata.
Tanto frastuono
L’inaugurazione non dovrebbe essere questo. Non la sede dove chi ha un munus publicum usa il pulpito per schierarsi su un referendum, per propaganda contro il governo. Dovrebbe essere l’analisi dell’anno: i dati, i tempi processuali, gli organici, le criticità. Non un comizio con standing ovation. Oggi i magistrati usano i social per attaccare il governo, trasformano le cerimonie in tribune politiche. La magistratura è un soggetto politico organizzato. Che senso ha questa liturgia? Manteniamo un apparato da monarchia assoluta – il Presidente della Repubblica, le toghe, i discorsi solenni – per chi svia il munus publicum facendo comizi. La cerimonia non serve. Non si fa il bilancio. Si recita: il governo difende, la magistratura attacca, l’avvocatura viene esclusa. In questo frastuono spiccano gli interventi del presidente del CNF Francesco Greco e del PG di Palermo Lia Sava: seri, argomentati, hanno parlato di giustizia invece di propaganda. Non a caso, passati inosservati. Il ministro presenta già alle Camere la relazione, basta per il controllo parlamentare. Se vogliono confrontarsi, lo facciano in sedi tecniche.
La cerimonia che ha perso vita
La manifestazione plastica del volto che sta prendendo l’inaugurazione dell’anno giudiziario viene da Palermo. Il presidente della Corte d’Appello Matteo Frasca, insigne lavorista, invece di fare il punto della situazione in maniera tecnica e asettica, ha dedicato tutto il suo intervento, peraltro non modesto, a un comizio politico contro la riforma costituzionale, citando la figura di Giovanni Falcone con un passaggio ultroneo. Ha usato il pulpito istituzionale – il suo scranno di capo del distretto – per schierarsi sul referendum. Un modo che non è consono alla solennità della cerimonia, alla sua struttura, nonché alle formalità che la connotano. Per un democratico liberale, inaccettabile. Come disse Calamandrei, “la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare“. Quando i magistrati in servizio usano il pulpito per comizi contro il governo invece di analizzare l’andamento della giustizia, la cerimonia ha perso dignità. Aboliamola.
