L’Iran è sotto le bombe. Ma la “grande ondata” di attacchi, secondo quanto ha affermato Trump, deve ancora arrivare e non si esclude l’utilizzo di truppe di terra, se necessario. Il presidente Usa ha fatto del cambio di regime un obiettivo chiaro di questa campagna militare. Ha chiesto ai guardiani della rivoluzione islamica, all’esercito e alla polizia di deporre le armi in modo da ottenere l’immunità totale.
La morte di Khamenei potrebbe indurre il regime e le sue forze di sicurezza a serrare i ranghi per sopravvivere, oppure rappresentare l’equivalente di un’enorme cannonata che apre un varco in una nave, facendola affondare e costringendo i suoi leader a salvarsi la pelle. La Repubblica islamica è uno dei regimi più isolati al mondo ed è circondata da nemici. Non esiste alcuna prospettiva di fuga che dia garanzia di sicurezza e di sopravvivenza a quei funzionari che volessero fuggire via dal Paese. Ci sono pochissimi posti al mondo dove possono andare in esilio. E molti di loro sanno che non hanno scelta, perché uscire fuori dal sistema della Repubblica islamica è come abbandonare un’organizzazione mafiosa.
Trump ha chiesto alla popolazione iraniana di rimanere in casa finché i bombardamenti non saranno cessati, per poi riprendersi il Paese. Ha affermato che questa potrebbe essere la loro “unica possibilità in una generazione”. Al momento, però, la società iraniana appare divisa e disorganizzata, e all’interno del Paese nessun leader alternativo si affaccia all’orizzonte. La prigione di Evin a Teheran è ora sotto il controllo delle forze speciali di polizia dopo che i funzionari della prigione hanno abbandonato la struttura, ha dichiarato la moglie del prigioniero politico Mostafa Mohammadhasan. Il regime teme una insurrezione nelle carceri superaffollate.
La Repubblica islamica intanto cerca di esternalizzare il conflitto. La base britannica della Royal Air Force di Akrotiri, a Cipro, è stata attaccata ieri, causando danni limitati e nessuna vittima. In Kuwait, invece, è stata presa di mira l’area vicina all’ambasciata americana. E L’Arabia Saudita dichiara di essere pronta per una risposta militare di ritorsione se gli attacchi della Repubblica islamica dovessero continuare. Sul fronte interno, invece, è in corso una lotta per il potere tra le diverse bande costituenti il regime. I guardiani della rivoluzione islamica stanno approfittando del vuoto creato dalla morte di decine di alti esponenti per riempirlo di loro fedelissimi. La transizione sembra essere guidata dal presidente Pezeshkian e dall’ayatollah Alireza Arafi nominato ad interim alla carica di Guida suprema. I fondamentalisti più radicali si affrettano ad occupare tutti i vertici dello stato. Il nuovo comandante dei Pasdaran è diventato Ahmed Vahidi, soggetto a sanzioni dagli Usa per il suo ruolo nella repressione delle proteste del movimento ‘Donna, Vita, Libertà’ nel 2022. Ex ministro della Difesa sotto Ahmadinejad e dell’Interno con il presidente Raisi, è considerato un falco del regimericercato dall’Interpol per il suo coinvolgimento negli attentati di Buenos Aires del ‘94.
La galassia che compone il regime con il Corpo dei guardiani della rivoluzione appare sempre più divisa tra i sostenitori della linea dura come Ali Larijani, segretario del supremo consiglio per la sicurezza nazionale dell’Iran e la corrente che fa capo al presidente Pezeshkian, il quale ha annunciato di aver dato inizio ai lavori del consiglio elettivo dei guardiani della rivoluzione per sostituire i numerosi leader che sono stati uccisi durante le operazioni militari di Usa e Israele. Nella realtà dei fatti la Repubblica islamica, da oltre sette mesi, dopo la guerra dello scorso giugno, non controlla più il proprio spazio aereo e le sue ramificazioni regionali sono state decimate.
Ora il regime si trova davanti a un bivio: scatenare tutte le sue forze contro gli Stati Uniti e i suoi alleati regionali (è di questa mattina la notizia della base USA colpita a Riad) – una scelta questa che potrebbe portare a una risposta massiccia che determinerebbe la sua implosione – oppure reagire in modo misurato mostrandosi disponibile ad aprire un nuovo dialogo nella speranza che questa operazione cessi. Storicamente, i mullah hanno scelto la via della moderazione, perché vogliono rimanere al potere. È troppo presto per dire se il regime di Teheran deciderà di reagire in modo sconsiderato o se sarà disposto a fare profonde concessioni – sul programma nucleare, sui missili e sui proxy – per garantire la fine delle operazioni militari statunitensi e israeliane. È bene tener presente che questo la Repubblica islamica riconosce di non essere all’altezza degli Stati Uniti militarmente, ma non ha bisogno di vincere. Vuole solo sopravvivere.
È probabile che si affrettino a stringere i ranghi dietro un nuovo leader, che sia un chierico o un comandante dei guardiani della rivoluzione, piuttosto che permettere una transizione di potere più ampia. Ma ogni volta che un leader che ha governato per quattro decenni se ne va improvvisamente, si crea un vuoto di potere che potrebbe richiedere molti anni per essere colmato.
