In questi giorni assistiamo da lontano e con sgomento alle proteste di massa in Iran, con la repressione del regime e tanti morti per strada e negli obitori. Una violenta spallata alla Repubblica Islamica, da parte di Trump, è stata immaginata da qualcuno, annunciata come possibile dallo stesso Presidente Usa, ispirata dagli esuli e oppositori esterni del regime e forse agognata da Israele. Ma un simile scenario è davvero ipotizzabile? Apparentemente no e vediamo perché. L’Iran è uno stato esteso quasi quanto l’Europa continentale, lambito da due bacini marittimi e che confina con 8 stati/Nazione in una delle aree più turbolente del pianeta e nell’emisfero di diretto interesse di Cina e Russia e Turchia.

Il regime degli Ayatollah è certamente indebolito dalle persistenti sanzioni economiche, da un quasi totale isolamento internazionale e da una crescente opposizione interna che però non ha un leader o movimento di protesta organizzato, in grado di esprimere una richiesta o proposta alternativa che e vada oltre la sacrosanta e generale aspirazione alla liberazione da un potere opprimente e sanguinario. Ma il regime e la Sua Guida Suprema sono ancora molto forti e per nulla intimoriti dalle minacce esterne. In Iran, nonostante la limitazione di beni e servizi e di una informazione libera di cui soffrono soprattutto gli studenti e la classe intermedia e colta delle grandi città, vige un solido stato assistenziale in grado di fornire a costi calmierati e stabili tutto ciò che è necessario ad una ampia fascia della popolazione. Non manca la farina, il combustibile ed i mercati sono ancora ricchi di prodotti che rendono possibile una vita secondo lo standard che da tempo immemorabile fa parte delle ambizioni di un popolo che comunque ai tempi dello Shah aveva veramente conosciuto la miseria.

Questa fascia ampia di popolazione, che non protesta, vive prevalentemente nelle estese cinture popolose che si sono sviluppate negli anni attorno alle grandi città. Da questo ricco serbatoio umano, lo stato attinge senza difficoltà, al reclutamento per le Forze Armate, per i corpi di Elite come i Pasdaran, e garantisce a queste persone uno sbocco, non immediato ma certo, nella pubblica amministrazione e nel mondo lavorativo legato alla industria della Difesa ed alla economia di estrazione e lavorazione degli idrocarburi. Non è molto, ma è abbastanza. La popolazione ha da tempo trovato il modo per ovviare con ingegno alle tante carenze ormai persistenti. In questi giorni di blackout della rete internet e telefonica, si è per esempio ricorso all’utilizzo di Sim straniere, soprattutto nei territori vicini al confine Turco, ove il segnale esterno viene comunque percepito e consente un minimo contatto con l’esterno. Simili escamotage si attuano anche in altre zone di confine.

In questi giorni, di ventilata minaccia esterna, non sono mancati ponti aerei quasi continui di materiali di ogni genere provenienti dalla Cina. Il flusso di merci provenienti dalla Cina fa parte, ormai da anni, di una delle modalità di pagamento del greggio prodotto ed esportato dall’Iran verso il colosso Asiatico. L’industria della Difesa Iraniana lavora a pieno ritmo sia per le esigenze interne, sia per l’esportazione di sistemi di armamento largamente apprezzati e diffusi in Asia. La produzione di sistemi missilistici, razzi e sofisticati droni è in costante aumento ed anche la qualità è in costante miglioramento. Il tutto a prezzi non paragonabili a quelli dei corrispondenti e più sofisticati sistemi occidentali.

Gli attacchi subiti dall’Iran nei mesi scorsi da parte di Israele e dagli Usa sono stati certamente devastanti ma ampiamente preannunciati e mirati contro strutture militari e produttive di cui in effetti non si sa molto circa il reale stato di annientamento. Di certo, in quei giorni, perfino gli oppositori del regime si sono guardati bene dal manifestare e l’orgoglio nazionale Iraniano ha prevalso nell’unire il popolo contro l’aggressione esterna. Per non parlare del mondo Islamico Shita che vede nell’Iran il ruolo guida per tale confessione. Inoltre, per quanto vi sia la sensazione che vi sia dibattito interno sulle posizioni della Guida Suprema e della politica Iraniana, nessun vero cedimento o sconfessione pubblica si è neanche lontanamente palesata.

Questa situazione di relativa solidità interna trova inoltre ulteriore supporto se guardiamo al sistema di alleanze dell’Iran prevalentemente riferito alle relazioni con Russia e Cina. La fornitura di petrolio da una parte e lo scambio di prodotti finiti e materiali e soprattutto di tecnologia dall’altra parte costituiscono un ammontare di interesse rilevante per ciascuna delle parti. Pensiamo che una spallata esterna capace di sovvertire tali equilibri passerebbe inosservata e sotto tacita accettazione da parte di Cina e Russia come è accaduto nel caso del Venezuela di Maduro? In quel caso si è trattato di un intervento ampiamente preparato, con infiltrazione di intelligence e doppio gioco interno, svolto dagli Usa nel proprio cortile di casa. Ma il centro Asia non è proprio un teatro operativo vicino agli Usa ed esente da rischi anche gravi.

Per tutte queste ragioni il movimento di una squadra navale Usa verso il Golfo Persico e le dichiarazioni di sostegno occidentali al coraggio dei tanti giovani e donne che si stanno sacrificando per la libertà in Iran possono solo essere considerate come una forma di pressione e di speranza che possono influire poco in realtà per cambiare qualcosa. I tempi non sono ancora maturi, almeno fino a quando il movimento di rivolta interna non sarà maggioranza e fin quando non vi sarà un cambio fisiologico nella Guida Suprema Iraniana. Siamo ancora lontani da tutto ciò ed i consiglieri di Trump lo sanno bene.

Quinto Tordi

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