Rientro – ancora per pochi anni – nella fascia di età più bassa tra i partecipanti al voto referendario. Ed oggi più che mai lì dentro soffro l’isolamento. Non appartengo a un governo di destra che è stato un compagno di viaggio obbligato di questa battaglia, solo in parte davvero consapevole della forza rivoluzionaria di questa idea ormai soffocata dall’ideologia. Ma l’associazione è bastata per farmi agilmente legare alle più infami delle categorie: sono fascista, non sono femminista, voglio una guerra sanguinaria, partecipo a una deriva antidemocratica, faccio gli interessi di palazzo, sostengo i potenti e le prevaricazioni sui più deboli.

Non appartengo nemmeno a quell’opposizione che ha rinnegato la sua storia e la sua cultura liberale per proporsi ancora una volta come alternativa vuota e priva di contenuti: la verità – ce lo dicono i dati di questi giorni – è che i partiti non hanno convinto i giovani a stare con loro, ma solo a stare insieme contro qualcosa. E la realtà è che piace più avere l’idea di un’alternativa che il contenuto della stessa.

All’indomani del voto sono di fronte ad un paese giovane in termini di mobilitazione ma tutt’altro che riformista: è un paese conservatore, che dopo aver esercitato un voto dichiaratamente politico ha voluto maldestramente legittimarlo nel contenuto, intestandosi il merito di aver salvato la Costituzione (si è detto addirittura che “la Costituzione l’hanno scritta i bisnonni e l’hanno difesa i nipoti”). E allora non appartengo neppure a loro: a chi vuole preservare lo status quo, a chi vuole una Carta inalterabile laddove invece è proprio nella sua mutabilità – fatti salvi i princìpi fondamentali – che si radicano le sue primarie garanzie e condizioni di esistenza. Se così non fosse, in Italia i giovani custodi della Costituzione dovrebbero confrontarsi oggi con la pena di morte – inizialmente ammessa dall’articolo 27 per i reati del codice militare in tempo di guerra – e con la concezione anni ’40 e ’50 di famiglia e matrimonio – articolo 29 – con buona pace delle coppie di fatto, della convivenza, delle unioni civili, delle coppie omosessuali e del divorzio.

Credo, invece, nell’evoluzione di un sistema e nel suo modellarsi sulla società. Credo in una lotta non fatta di stereotipi, populismo e propaganda, ma sempre moderata, coerente e nel merito. E continuerò a votare di conseguenza, convinta che i diritti non abbiano bandiera e la giustizia non abbia partito.

Marianna Caiazza

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