L’Italia sporca dietro il delitto di Piersanti Mattarella: il libro di Miguel Gotor

A guardare oggi ai fatti di mezzo secolo fa viene da pensare che questo è stato un Paese pieno di squilibrati, esaltati, mitomani. Hanno fatto saltare treni, ammazzato persone per strada, messo bombe per obiettivi spesso assurdi (contro il comunismo, rendiamoci conto) o per convenienze meschine, efferate tutele di posizioni di potere.

Il delitto di Piersanti Mattarella sembra un thriller di quelli intricatissimi, invece è un pezzo di storia patria terribile, a cavallo fra gli anni Settanta e gli Ottanta, dove tutto il peggio della vicenda italiana converge ed esplode negli spari di una Colt che il 6 gennaio 1980 uccidono Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana, democristiano politicamente nella scia di Aldo Moro, colui che fu il martire principale della lotta politica in quel tempo. A raccontare un delitto di cui non si conoscono ancora gli esecutori materiali, munito di una mole impressionante di dati, è lo storico Miguel Gotor con “L’omicidio di Piersanti Mattarella” (Einaudi).

Lo studioso, uno dei massimi esperti delle pagine scure dell’ultimo pezzo del Novecento politico italiano, conduce per mano il lettore dentro i meandri maleodoranti che sono il teatro dell’omicidio di Mattarella sino agli incroci mai fino in fondo illuminati tra mafia, neofascismo, massoneria, giochi politici interni e internazionali: districare gli intrecci di questo allucinante mosaico deve essere stato, per lo storico, un’impresa improba. E tuttavia Gotor riesce nella scommessa, non senza, peraltro, una capacità di racconto che agevola molto il lettore nella comprensione dei fatti. E ciascuno di questi fatti – gli eventi “in chiaro” e i loro presupposti oscuri – potrebbe riempire volumi e volumi.

Difficilissimo sintetizzare il tutto. Anche perché, come accennato, non tutto è venuto alla luce, anzi. Quel che è certo è questo. «Un sottile filo rosso, sporco di sangue mescolato a fango, tiene insieme il delitto Mattarella, la strage di Ustica e l’attentato di Bologna. Con la Sicilia al centro, in quei mesi terribili, di una grande destabilizzazione dell’area mediterranea perché era stata scelta come luogo di installazione dei missili. Una decisione strategica a livello mondiale, che si sarebbe rivelata decisiva per concludere vittoriosamente la Guerra fredda, e che rendeva impossibile il proseguimento dell’esperienza di governo regionale portata avanti da Mattarella con i comunisti», scrive Gotor.

Piersanti Mattarella «si sentiva tremendamente isolato: aveva capito che l’andreottiano Ciancimino voleva tornare in auge spinto dai corleonesi e l’andreottiano Lima, sostenuto dal clan dei Bontate, gli era ormai dichiaratamente avversario». Dunque, Piersanti era chiuso in una tragica tenaglia che si andava a chiudere su di lui, rinnovatore di una Dc che era però compromessa irrimediabilmente con Cosa Nostra, sia dal lato del clan di Totò Riina che da quello di Stefano Bontate (che in seguito si sbranarono tra di loro).

“Sopra” lo scenario siciliano stava il quadro politico nazionale. Chiusa nel ’79 la fase della solidarietà nazionale, ambienti politici, massonici, fascisti volevano impedirne in ogni modo una eventuale riedizione: e di Mattarella si parlava come del “nuovo Moro”, la personalità politica che partendo dalla Sicilia avrebbe potuto riaprire il discorso con il Pci. La Dc aveva cambiato linea. Ma leggendo Gotor non ci si può non chiedere che partito sia stato veramente, la Democrazia Cristiana di un personaggio come Giulio Andreotti, il cui nome ricorre qui spesso. Tutta questa complicata trama era già stata intuita da Giovanni Falcone, che coniò la formula degli «ibridi connubi» accendendo la luce sul ruolo dei neofascisti. Ma «l’indagine senza fine» non è mai arrivata a una conclusione circa gli esecutori materiali, per quanto una massa di elementi converga nel sostenere l’ipotesi che gli assassini del presidente della Regione Sicilia furono Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini su mandato della mafia. I due furono assolti nel ’99, né si sono accertati altri responsabili: chi ha premuto il grilletto contro Piersanti Mattarella non si sa e probabilmente non si saprà mai.

Gotor disegna poi il quadro generale di quel tempo e le molteplici connessioni tra l’evoluzione della situazione internazionale post-Guerra fredda nella sua relazione con i grandi interessi economici. «Nel corso del 1980, tra l’assassinio di Mattarella il 6 gennaio, la strage di Ustica il 27 giugno e l’attentato di Bologna il 2 agosto, visse una fase di destabilizzazione di straordinario rilievo alla ricerca di un nuovo punto di equilibrio che gli consentisse di sopravvivere sino all’inesorabile decomposizione del biennio 1992-93».

E poi c’è la Libia di Gheddafi – forse questo è il punto più accurato del libro – elemento chiave nella destabilizzazione dell’area mediterranea. Come riferì il magistrato Giovanni Salvi davanti alla Commissione stragi nel ’98, «il quadro internazionale dei rapporti Italia-Libia ha una sua valenza nelle vicende di Ustica e di Bologna e sono del parere che questo è venuto non tanto con l’Italia facente parte della Nato ma con un’Italia alleata dei libici». Un altro tassello. Come la P2 di Licio Gelli, che è dietro tutti gli attentati. E anche dietro l’omicidio di Mattarella, un uomo del dialogo e della democrazia. Quella che si voleva annichilire.