L’Ue finisce sotto le macerie in Iran, dalla guerra in Iraq a oggi: come l’Europa ha perso voce in politica estera

Siamo solo all’inizio dei riverberi che l’attacco congiunto americano e israeliano all’Iran provocherà nella geografia politica del Medio Oriente. Eppure un verdetto lo si può già emettere: sotto i bombardamenti cominciati il 28 febbraio giace anche l’Europa geopolitica. Mentre le bombe cadevano su Teheran, i leader europei uno dopo l’altro si sono affrettati giustamente a condannare il regime di Khamenei e la Guardia Rivoluzionaria. Ma con pochissime eccezioni si sono espressi sul modus operandi di Donald Trump.

È impressionante oggi ricordare come due decenni fa, alla vigilia di un altro attacco americano, quello in Iraq, l’Europa tenesse testa a Washington nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Era un modo di mostrare dignità, di costruire una presenza e una voce in politica estera. Proprio in quegli anni cominciò la fase ascendente della parabola geopolitica europea. Che si manifestò soprattutto nell’allargamento dell’Unione a Est, ma anche nella forma di un negoziato più che decennale con Teheran. Gestito di fatto dal trio più importante (Francia, Germania e Regno Unito) a nome di tutta l’Unione, quella fervida e testarda diplomazia portò, nel 2015, al Joint Comprehensive Plan of Action sul nucleare iraniano.

Nell’accordo, l’Iran si impegnava a limitare drasticamente il proprio arricchimento dell’uranio e ad aprire i propri siti agli ispettori dell’AIEA. In cambio riceveva la graduale cancellazione delle sanzioni economiche che stavano asfissiando la sua economia. In un mio viaggio a Teheran poco prima dell’accordo, era palese che quest’uso sapiente di bastoni e carote avesse portato ottimi frutti. L’Alto Rappresentante dell’Ue era seduta al tavolo dei negoziati. Oggi, come si dice con l’umorismo poco divertente dei tecnocrati, sarebbe sul menù. Era la prova che la famigerata “potenza normativa” dell’Europa poteva esercitare potere senza dover o poter utilizzare forza militare. Ma durò ben poco.

Già l’anno successivo all’accordo, Donald Trump fu eletto e nel 2018 quell’accordo lo stracciò: lo definì “il peggior deal della storia”, e reintrodusse pesanti sanzioni. L’Europa cercò di mantenere in vita il JCPOA con quel gradualismo procedurale e reattivo che vediamo ancora oggi, e nulla può contro i blitz del tycoon. Con il ritorno di Trump lo scorso anno, era solo una questione di tempo prima che l’Amministrazione americana rimettesse mano al dossier e senza nessuno dei freni inibitori che erano pur presenti durante il Trump 1.

Il risultato è un’Unione europea che nel Medio Oriente assomiglia sempre più a una specie di Onu regionale: una struttura imbolsita, capace di mobilitare fondi per l’assistenza, di gestire crisi umanitarie, di produrre comunicati solenni di preoccupazione. Ma che non ha nessuna influenza quando si tratta di sicurezza, deterrenza ed equilibri di potere. Come l’Onu di oggi (e a differenza di quella del 2003), si trova sistematicamente esclusa dai tavoli dove le sorti del mondo vengono effettivamente decise. In quell’Iran dove il nostro arsenale di potenza atipica si era dispiegato, manifestato e troppo in fretta celebrato, oggi si sancisce la ritirata e si chiude la parabola.