Perché non ci abbiamo pensato prima? L’idea che Mario Draghi possa essere nominato inviato speciale europeo per l’Ucraina suona come la mossa di quell’allenatore che fa entrare in campo il fuoriclasse all’85esimo di una partita data per spacciata. Peraltro, dopo che dagli spalti il pubblico gliene ha urlate di ogni. Detto questo, non è detta l’ultima parola. Kyiv non ha ancora capitolato. Mosca vuol far credere di essere sulla strada della vittoria, ma il contesto globale, tra Venezuela e Iran, non le dà così ragione.
Il fronte orientale è il nostro fianco scoperto. Lì si scrivono i destini del progetto Europa. Se l’Ucraina cade, Putin pretenderà di avanzare altrove. Magari dove la bandiera europea sventola da anni. C’è il rischio di una débâcle politica e identitaria dell’Unione. È giunto il tempo di trovare una “voce sola” – per dirla alla Fazzolari – in grado di bloccare all’ultimo minuto il disastro. Che sia Draghi o no – ma se non lui, chi? – la nomina di un inviato speciale che possa parlare a Kyiv, Mosca, ma anche a Washington è l’unica soluzione per farci uscire dall’angolo. Certo, è una disfatta per Kaja Kallas e la diplomazia Ue. Ma, di fronte all’apatia da lei espressa – e dire che era stata scelta perché estone, quindi avvezza al pericolo russo – è urgente correre ai ripari.
Supermario è l’italiano che piace. All’Italia, ma anche a Macron. È l’economista che ha tenuto testa ai frugali tedeschi in tempi oramai lontani. Mentre oggi, a Berlino, è cancelliere un professionista della finanza mondiale che ha un curriculum simile a quello dell’ex premier. È l’europeista che conosce gli equilibri di Bruxelles e Francoforte, quindi capace di schivare gli intralci della burocrazia comunitaria, quanto il contropiede degli euroscettici. Tuttavia, piano con le euforie. Mai come in queste due prime settimane del 2026, l’Unione europea è stata messa alla prova. E mai come oggi Bruxelles ha preso cantonate così violente. A oriente, da Putin. A occidente, da Trump. L’affaire Groenlandia ci sbatte in faccia il paradosso per cui, mentre si teme una provocazione del Cremlino – senza che si sappia come prevenirla – la pugnalata ci arriva alla schiena da quell’alleato che ci ha protetti per ottant’anni.
Nel frattempo, in Venezuela e Iran si scrive la storia. Ed è sorprendente come l’Europa abbia reagito con un nulla cosmico. Al di là dei richiami di circostanza sul rispetto del diritto internazionale, nulla si è mosso. Né per difendere una terra che, d’improvviso, ci siamo accorti che è Europa. Né a sostegno di un popolo che, per la terza volta in meno di venti anni, cerca di sollevarsi contro un regime assassino e demoniaco.
“Perché l’Europa e i Paesi europei non hanno ancora interrotto i rapporti diplomatici con il regime dei Mullah?”, scriveva domenica su X/Twitter l’ex premier belga e oggi leader dell’European Movement, Guy Verhofstadt. Com’è possibile che a Bruxelles nessuno abbia avuto uno scatto d’orgoglio di fronte a una domanda quasi banale? Com’è che solo i Giovani federalisti europei abbiano invocato l’articolo 42.7 del Trattato Ue, che prevede un automatico intervento congiunto in caso di aggressione del territorio danese? C’è chi obietta che l’Europa non invade, ma commercia. Il riferimento è agli Usa. Che però in Venezuela sono entrati e usciti. Di questi tempi, però, valgono poco le missioni di libero scambio quando alle spalle mancano solide strutture politiche di sicurezza.
L’accordo con il Mercosur non è neanche ai vagiti iniziali. E quelli con India e Australia verranno firmati solo a fine gennaio. Tutte ottime iniziative. Ma chi ci garantisce che Lula, Milei o Modi non si facciano beffe dei trattati bilaterali alla stregua di Trump che minaccia la Nato? Davvero l’Europa è convinta che basta il business per stoppare la cavalcata del Dottor Stranamore? È ovvio che l’atteso arrivo di Draghi non sarebbe sufficiente per cambiare i connotati all’Europa. È un primo passo, però. Subito dopo dovremo renderci conto che, per stare dalla parte giusta della Storia, bisogna scriverla.
