Sette anni fa, nel cuore delle tensioni internazionali tra Washington e Mosca, emerse un episodio che oggi torna a fare discutere perché getta una luce inedita sulle dinamiche di potere globali. Durante un’audizione davanti al Congresso degli Stati Uniti nell’ottobre 2019, Fiona Hill, all’epoca responsabile per gli affari russi ed europei al Consiglio di Sicurezza Nazionale sotto la prima amministrazione Donald Trump, raccontò di aver ricevuto da parte russa un’offerta, mai formalizzata, ma dal significato politico evidente.

La vecchia proposta di Mosca

Secondo Hill, funzionari di Mosca avevano suggerito che la Russia avrebbe potuto ritirare o ridurre il proprio sostegno al governo di Nicolás Maduro in Venezuela — dove gli Stati Uniti spingevano per un cambio di regime — in cambio di un tacito “via libero” americano alla libertà d’azione russa in Ucraina, allora già teatro di tensioni dopo l’annessione della Crimea e i conflitti nell’Est del paese. L’idea, secondo quanto riportato, era che se Washington voleva mantenere una sfera d’influenza sul proprio “cortile di casa” latinoamericano, allora avrebbe dovuto accettare la stessa logica per la Russia nel suo “cortile” europeo, con l’Ucraina al centro. “Volete che ce ne andiamo dal vostro cortile? “Allora dovete lasciarci liberi nel nostro”, è stata la sintesi che Hill fece ai legislatori americani di quello che riteneva fosse russo. Hill fu poi inviata a Mosca nel 2019 per respingere tale approccio, con istruzioni chiare: gli Stati Uniti non intendevano collegare le loro politiche su Venezuela e Ucraina, ribadendo che non c’era alcun “accordo” in vista. La Russia, da parte sua, non fece mai una proposta chiara e negoziata, ma inviò circa cento militari e nuove attrezzature per rafforzare il governo di Maduro, segnalando così la determinazione del Cremlino a mantenere il proprio ruolo nella regione.

Un esempio delle tensioni tra vecchie logiche di “sfera d’influenza”

All’epoca, il contesto internazionale era già complesso: gli Stati Uniti riconoscevano Juan Guaidò, come presidente ad interim del Venezuela e spingevano per un cambiamento politico, mentre la Russia e altri alleati di Maduro vedevano nell’America Latina un terreno importante di confronto e opposizione all’influenza americana. Parallelamente, il conflitto ucraino rappresentava una ferita aperta tra Mosca e l’Occidente, con la Russia decisa a mantenere la propria influenza nelle ex repubbliche sovietiche e gli Stati Uniti e la Nato impegnati a sostenere Kyiv contro l’aggressione russa. Questa vicenda – oggi tornata di attualità – è percepita da molti analisti come un esempio delle tensioni tra vecchie logiche di “sfera d’influenza” e i principi di sovranità nazionale e ordine internazionale basato su norme condivise. Secondo alcuni commentatori, l’episodio riflette un’idea molto precisa, secondo cui le potenze globali come Stati Uniti, Cina o Russia possano negoziare propri spazi di predominio, offrendo concessioni su fronti diversi del globo in cambio di vantaggi strategici altrove.

La vecchia narrativa

Per la Russia, in particolare, il richiamo implicito alla Dottrina Monroe fu ribaltato per sostenere l’idea che anche Mosca avesse il diritto di definire una propria area d’influenza, con l’Ucraina come punto centrale. I media e i commentatori russi utilizzarono questa narrativa, secondo Hill, per legittimare l’idea che se gli Stati Uniti potevano intervenire in Venezuela, allora la Russia poteva agire in Europa senza interferenze. Critici occidentali di questa visione sottolineano che una tale logica, se accettata, mina il principio di autodeterminazione dei popoli e rischia di riportare le relazioni internazionali a una sorta di “gioco di potere” tra grandi Stati, in cui le nazioni minori vengono trattate come pedine. La storia di quel presunto “scambio” tra Venezuela e Ucraina, pur non sfociando mai in un accordo concreto, rimane un simbolo di come le grandi potenze tentino di rimodellare gli equilibri globali, a volte al di fuori dei canali diplomatici formali, e di come la narrativa delle aree d’influenza continui a influenzare le strategie di politica estera nel XXI secolo.