Edward Luttwak è uno dei più noti strateghi militari contemporanei. Consigliere di governi e istituzioni occidentali, autore di saggi fondamentali sulla strategia e sulla guerra, è spesso interpellato dai media internazionali per interpretare le grandi crisi geopolitiche. In questa conversazione esclusiva con Il Riformista analizza gli obiettivi dell’operazione militare contro l’Iran, il futuro del regime e il ruolo dell’Occidente. Mettendo in evidenza che una strategia c’è. Anche se ne vedremo gli effetti solo gradualmente.
L’operazione militare in corso contro l’Iran mira a disarticolare la Repubblica islamica e ad avere un cambio di regime a Teheran?
«L’obiettivo principale non è inventare un nuovo governo a Teheran, ma eliminare la minaccia strategica rappresentata dal regime attuale. Per anni la leadership iraniana ha investito risorse immense per accumulare missili e sviluppare capacità nucleari. La priorità militare è dunque distruggere le infrastrutture che consentono l’arricchimento dell’uranio e impedire definitivamente che l’Iran possa dotarsi di armi atomiche. Parallelamente si tratta di neutralizzare l’apparato missilistico: i depositi, i lanciatori, le fabbriche. Tutto ciò costituisce l’ossatura militare del regime e deve essere eliminato».
Quali sono, in concreto, gli obiettivi strategici di questa operazione?
«Sono essenzialmente tre. Il primo è distruggere completamente le strutture nucleari: i siti di arricchimento dell’uranio, spesso costruiti in modo ridondante e con enormi investimenti. Il secondo è eliminare la capacità missilistica iraniana, che negli anni è stata utilizzata o minacciata contro diversi Paesi della regione, dagli Stati del Golfo a Israele. Il terzo obiettivo è politico: creare le condizioni affinché in Iran possa funzionare un governo civile capace di governare lo Stato senza essere ostaggio delle Guardie Rivoluzionarie».
Lei sostiene che in Iran esista già una figura politica che potrebbe rappresentare questa alternativa.
«Esattamente. L’Iran ha appena tenuto elezioni presidenziali e il presidente eletto, Masoud Pezeshkian, è una figura che ha vinto un vero voto popolare, cosa rarissima nel mondo musulmano. Il presidente non controlla le Guardie Rivoluzionarie, né il programma nucleare né i missili, ma guida l’amministrazione civile dello Stato. Durante la campagna elettorale ha dichiarato apertamente di voler chiudere il dossier nucleare e cercare un accordo con gli Stati Uniti per concentrarsi sui problemi reali del Paese».
Quali sono questi problemi interni che lei considera più urgenti?
«L’Iran è un Paese ricchissimo di risorse ma devastato da decenni di cattiva gestione. I proventi del petrolio sono stati spesi per missili e milizie invece che per infrastrutture. Oggi mancano perfino le condotte del gas e dell’acqua. Teheran rischia addirittura una crisi idrica strutturale. Pezeshkian ha detto chiaramente che senza investimenti massicci la capitale potrebbe diventare invivibile. La sua idea è semplice: usare le entrate energetiche per ricostruire il Paese, dalle reti idriche all’elettricità».
Qual è allora il vero ostacolo a questo scenario?
«Il problema sono le Guardie Rivoluzionarie e il sistema di potere che ruota attorno alla Guida Suprema. Le Guardie sono un apparato militare ideologico che non vuole perdere il controllo dello Stato. Alcuni settori potrebbero perfino tentare di eliminare il presidente eletto. In più esiste l’ipotesi che il figlio di Khamenei tenti una successione dinastica, cosa totalmente illegittima nella tradizione sciita. Se queste forze impediranno al governo civile di funzionare, allora gli attacchi contro le strutture delle Guardie Rivoluzionarie dovranno continuare».
Lei è contrario all’idea di smembrare l’Iran sostenendo movimenti etnici o separatisti?
«Assolutamente sì. L’Iran è una nazione con una storia millenaria e tentare di disintegrarla sarebbe un errore strategico enorme. Se potenze straniere sostenessero insurrezioni etniche o separatiste, l’effetto sarebbe l’opposto di quello desiderato: gli iraniani si unirebbero contro l’intervento esterno. La soluzione non è dividere il Paese, ma permettere che emerga un governo nazionale capace di governare senza il controllo dei fanatici».
Quanto potrebbe durare questa operazione militare?
«È impossibile dirlo adesso. Le guerre non si misurano in giorni o settimane, soprattutto quando sono appena iniziate. L’operazione è cominciata da pochissimo e i suoi sviluppi dipenderanno da come reagiranno le forze interne iraniane. Se il sistema delle Guardie Rivoluzionarie crolla rapidamente, il conflitto potrebbe ridursi. Se invece tenteranno di resistere, l’operazione continuerà».
È possibile un intervento militare occidentale boots on the ground, in Iran?
«No. L’idea di mandare un esercito in Iran è fuori da ogni calcolo realistico. Un’occupazione richiederebbe una preparazione enorme e costi giganteschi. Non accadrà. Si possono immaginare operazioni molto limitate, ad esempio piccoli reparti speciali per missioni mirate e temporanee, ma nessuna forza occidentale si installerà stabilmente sul territorio iraniano».
Che ruolo può avere l’Europa in questa crisi?
«Il rapporto è reciproco: l’Europa ha bisogno degli Stati Uniti per la sicurezza e gli Stati Uniti hanno bisogno dell’Europa come alleato strategico. Quando alcuni governi europei scelgono di non cooperare, per esempio limitando l’uso di basi o infrastrutture militari, stanno in realtà indebolendo se stessi. Alla fine, quando si trovano in difficoltà, tornano comunque a chiedere il sostegno dell’Alleanza atlantica».
E l’Italia? Il governo Meloni deve contribuire militarmente?
«Verrà presto il momento in cui non sarà più possibile stare fermi. Se un Paese decide di acquistare sistemi d’arma avanzati come gli F-35 deve anche essere disposto a utilizzarli quando la sicurezza dell’alleanza lo richiede. Altrimenti non avrebbe senso investire risorse enormi in capacità militari che poi restano inutilizzate. In un contesto strategico come questo, il contributo degli alleati europei è parte integrante della credibilità della deterrenza occidentale».
