Il governo italiano continua a seguire gli sviluppi della situazione in Iran e nei Paesi del Golfo, in un contesto segnato da crescenti tensioni e dal rischio di un allargamento del conflitto. In vista dei prossimi passaggi istituzionali, a livello parlamentare sarebbero in corso interlocuzioni tra maggioranza e opposizioni. Domani sono in programma in Parlamento le comunicazioni del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e del ministro della Difesa, Guido Crosetto. L’esecutivo, di fronte ai venti di guerra e al rischio di escalation, punta – a quanto si apprende da fonti parlamentari del centrodestra – a ottenere da Camera e Senato il mandato per affrontare i prossimi sviluppi della crisi.

Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani – si legge in una nota del suo ufficio stampa – ha informato il presidente del Senato Ignazio La Russa e il presidente della Camera dei deputati Lorenzo Fontana che il «governo intende riferire nelle Aule parlamentari sull’evoluzione della situazione internazionale e sulla richiesta di aiuti da parte dei paesi del Golfo». Sempre sul fronte internazionale, ieri il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha affrontato anche il tema della possibile richiesta degli Stati Uniti sull’utilizzo delle basi militari italiane nel contesto della crisi: «Quando arriverà la richiesta» da parte di Washington sull’uso delle basi italiane per la guerra contro l’Iran, “il governo la valuterà”.

Proprio alla luce dell’evoluzione dello scenario, ieri si è svolto a Palazzo Chigi un nuovo vertice dedicato all’analisi degli sviluppi della crisi in Medio Oriente e delle relative implicazioni economiche, presieduto dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Alla riunione hanno partecipato Tajani, Salvini, Crosetto, Giorgetti, i sottosegretari alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari, oltre ai vertici dell’intelligence. Il Riformista aveva raccolto la denuncia di Marco Mancini, ex capo del controspionaggio italiano, che evidenzia un «mancato avviso» dei servizi sull’imminenza dello scoppio della guerra. Un caso inquietante sul quale con ogni probabilità interverrà nella sua prossima riunione il Copasir.

“Falle” nella catena di comunicazione dai servizi a Palazzo Chigi si erano già viste, ma il caso di sabato 28 è clamoroso. Soprattutto in un frangente come questo, dove le informazioni preventive costituiscono il vantaggio competitivo indispensabile da mantenere. Quanto alle operazioni di guerra guerreggiata, in effetti, nessuno può dirsi al sicuro. Nemmeno in Italia. Il ministro della Difesa Guido Crosetto lo ha ammesso, nell’audizione alle commissioni riunite Esteri-Difesa in Senato: «l’Italia non è pronta a respingere eventuali attacchi missilistici», ha replicato alla domanda del senatore Lombardo di Azione. Una dichiarazione che – pur sottovalutata, passata sottotraccia – apre una voragine nella percezione della sicurezza nazionale, in un momento in cui i missili iraniani piombano nel cuore del nostro Mar Mediterraneo.

La questione non è astratta. I missili da crociera di nuova generazione, in particolare quelli sviluppati dall’Iran, hanno raggiunto capacità operative che fino a pochi anni fa appartenevano soltanto alle grandi potenze. Mentre nei paesi baltici e in Israele le esercitazioni civili per la protezione della popolazione sono diventate parte della routine istituzionale, in Italia non esiste nulla di tutto questo. Zero esercitazioni civili. Zero protocolli pubblici. Zero cultura della preparazione emergenziale legata a minacce missilistiche. In Estonia, Lettonia e Lituania i governi distribuiscono opuscoli informativi, conducono prove di evacuazione, insegnano nelle scuole cosa fare in caso di allarme aereo. In Finlandia i rifugi antiaerei sono stati mantenuti efficienti per decenni come misura prudenziale mai abbandonata. Persino la neutrale Svizzera è disseminata di rifugi antiatomici attivi e riforniti di energia e riserve alimentari d’emergenza.

In Italia non esistono rifugi antimissile accessibili alla cittadinanza, neppure nelle grandi città. Quelli costruiti per la II Guerra mondiale sono stati abbandonati o riconvertiti. Nessuna amministrazione comunale ha ritenuto necessario censire, ripristinare o costruire strutture di protezione civile per scenari di attacco convenzionale. Roma, Milano, Napoli, Bari, Palermo: nessuna di queste città dispone di un sistema funzionante di rifugi pubblici. A nostra conoscenza, non esiste alcun sistema antimissile capace di garantire uno scudo aereo per tutto il lato sud-orientale della Penisola. Puglia, Calabria, Basilicata, Sicilia rappresentano un fianco strategico di primo piano per la NATO nel Mediterraneo, ma la loro copertura difensiva rimane largamente insufficiente rispetto alle minacce emerse nell’ultimo decennio.

Il confronto con altri alleati è impietoso. Israele ha costruito un sistema difensivo stratificato — Iron Dome, David’s Sling, Arrow — che copre l’intero territorio. La Germania ha recentemente acquistato nuovi sistemi antimissile. La Polonia investe cifre crescenti nella propria difesa aerea. L’Italia sconta anni di sottoinvestimento e una difficoltà politica nel tradurre gli impegni NATO in capacità operative effettive. È vero, nel 2023 abbiamo lanciato IT-alert, il sistema che invia messaggi di emergenza direttamente ai telefoni cellulari. Un piccolo passo avanti. L’unico. Peccato che non sia seguito, a oggi, nessun protocollo di avvertimento pubblico collegato al sistema di rilevazione satellitare delle minacce missilistiche e integrato con IT-alert. In altri termini: se un missile da crociera fosse rilevato in avvicinamento, i cittadini verrebbero informati in tempo utile? E dove dovrebbero andare, dal momento che i rifugi non esistono?

La catena che va dalla rilevazione satellitare alla diffusione dell’allerta alla popolazione civile non è mai stata formalizzata in un documento accessibile. I tempi di preavviso garantiti, le soglie di attivazione del sistema, i comportamenti raccomandati: nulla di tutto questo è pubblico. In Norvegia ogni comune ha un piano di evacuazione. In Corea del Sud le sirene di allarme vengono testate regolarmente. In Italia la cultura della preparazione civile alle emergenze militari è ancora in fase embrionale. Eppure sul Mediterraneo, attraversando la Turchia, fino a Cipro e a lambire le coste greche, arrivano i missili cruise iraniani di lungo raggio, i Soumar. Con una gittata di 2.000-2.500 km, il Soumar potrebbe coprire il centro-sud Italia — Sicilia, Puglia, Campania — già nella fascia di stima più conservativa. Con 2.500 km potrebbe coprire quasi tutta la penisola se lanciato da zone occidentali o settentrionali dell’Iran. Nello scenario massimo di 3.000 km, potrebbe teoricamente raggiungere Milano, Torino e Roma.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.