San Juan, capitale di Porto Rico, e Caracas distano circa 800 chilometri, separate dal Mar dei Caraibi. In un’area geografica a cui si pensa nella maggior dei casi come meta da sogno per le vacanze. Oggi gli occhi del mondo sono però tutti puntati sulle tredici unità navali della marina statunitense che occupano questo mare e dotate, secondo le fonti più attendibili, di circa 700 missili e 180 Tomahawk, e accompagnate dalla più grande e potente portaerei statunitense, la Gerald R. Ford.
L’amministrazione Trump e la marina militare a stelle e strisce lavorano già da qualche mese con l’obiettivo di provare a fermare definitivamente il narcotraffico via mare, di cui il Venezuela, con i suoi cartelli è il più grande finanziatore. Lo Stato più ricco di petrolio dell’intera regione ha da tempo attirato l’attenzione di partner non proprio raccomandabili, per usare un eufemismo, a partire dalla Russia di Putin. È del 27 ottobre la notizia della ratifica del trattato di cooperazione strategica con il Cremlino, patto che rende di fatto il Venezuela l’unico vero alleato regionale del blocco anti-statunitense. Ma per provare a capire questo strano legame che tiene uniti due paesi tanto diversi è necessario risalire ai tempi della presa del potere di Chavez.
La chiave interpretativa della politica strategica delle alleanze venezuelane diventa chiara ricordando l’incremento delle relazioni bilaterali con l’Iran a partire dal 2000. In questo contesto, mettendo in secondo piano gli accordi bilaterali legati al petrolio e agli investimenti privati del 2005, non si può non evidenziare come il Venezuela sembri faccia da base sudamericana dei Pasdaran e della Repubblica Islamica. Secondo informazioni di intelligence, prima Chavez, e poi Maduro, avrebbero consentito sul territorio nazionale l’addestramento dei miliziani di Hezbollah. A chiudere il triangolo ci pensa il massimo rappresentante della politica interna della repubblica bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro.
Morto Chavez, nel 2013 gli successe alla guida del partito socialista venezuelano e poi come massima carica del paese. Appena assunto il ruolo ad interim, venne accusato di aver violato la costituzione, per aver assunto i poteri che sarebbero spettati al presidente dell’assemblea nazionale. Era solamente l’inizio. La politica di Maduro era autoritaria e spietata, accompagnata da un terrorismo di Stato che giustifica tutt’ora sostenendo che il Venezuela si trovi in uno stato di golpe continuo. Tra il 2014 e il 2015 governò strappando il potere legislativo al Parlamento e nel 2017 venne denunciato dalla corte suprema nazionale e dalla corte penale internazionale per l’assassinio politico di oltre ottomila persone, molte di queste desaparecidos.
La gravità della situazione complessiva in cui vive lo stato venezuelano, pervaso da corruzione, violenza e povertà generalizzata, è sottovalutata dall’opinione pubblica, almeno in occidente. Una piccola svolta arriva anche dall’assegnazione del premio Nobel per la pace 2025 a Maria Machado. L’atto ha sicuramente valore simbolico, e, anche se probabilmente non cambierà lo status quo, ha riscosso le coscienze addormentate di molti. La Machado infatti, donna liberale, grande amica di Israele, nonché esponente dell’opposizione per il partito Vente Venezuela alle elezioni dell’agosto 2024, è costretta a vivere in clandestinità dopo aver gridato apertamente ai brogli elettorali avvenuti in quella circostanza. Le votazioni, avvenute su piattaforma informatica, registrarono allora un’affluenza ai minimi storici del paese, circa il 41%, e Maduro stravinse con oltre l’80% dei voti a suo favore. Tutto si svolse in un clima fortemente intimidatorio e i risultati finali, secondo numerosissimi osservatori anche internazionali, furono palesemente falsati.
Stanchi di oltre vent’anni di Chavismo, stufi di Maduro, stremati dall’instabilità politica ed economica, dalla corruzione dilagante nell’apparato burocratico e in politica, i venezuelani non vogliono accettare di vivere in un paese che sta diventando la patria del narco-terrorismo. Secondo il Wall Street Journal, che rilancia un’inchiesta di Abc, il ministro dell’interno fedelissimo di Maduro Diosdado Cabello, sarebbe a capo di una vastissima rete di narcotraffico gestita dal Càrtel de los Soles. La situazione nei Caraibi è tesissima e si prospetta all’orizzonte una crisi internazionale con pochi precedenti. La guerra al narcotraffico che Trump sta conducendo non può essere rimandata ulteriormente.
I venezuelani hanno voglia di respirare una nuova aria, un’aria libera dal terrore e dalla censura, libera dagli accordi con la Russia di Putin e dai fondamentalisti iraniani, un’aria che restituisca al Venezuela, un paese a dir poco meraviglioso per le sue bellezze naturali e la sua storia, la sua vera essenza.
