Mentre l’Italia si avvia al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, il dibattito pubblico continua a concentrarsi quasi esclusivamente sulla distinzione tra funzione requirente e funzione giudicante. La riforma, approvata in seconda votazione parlamentare nel 2025, interviene infatti sull’assetto costituzionale della magistratura e prevede due distinti organi di autogoverno, oltre a una nuova Corte disciplinare. Ma c’è un punto che resta sullo sfondo e che, forse, è ancora più decisivo: la progressione in carriera dei magistrati continua a non essere davvero fondata sul merito. E qui sta il vero nodo irrisolto. Per decenni il sistema italiano ha progressivamente abbandonato un modello selettivo, nel quale l’accesso alle qualifiche superiori — come quelle di consigliere di corte d’appello o di consigliere di cassazione — passava attraverso meccanismi concorsuali e valutazioni rigorose. Le riforme degli anni Sessanta e Settanta, le cosiddette leggi Breganze (570/1966) e Breganzone (831/1973), hanno invece introdotto una progressione sempre più appiattita sull’anzianità, con una selettività ridotta e con un peso crescente delle decisioni di autogoverno nelle nomine più importanti.
Magistrati, oltre la separazione delle carriere serve una selezione
È proprio qui che il tema della separazione delle carriere mostra il suo limite. Perché si può anche dividere nettamente il percorso del pubblico ministero da quello del giudice, ma se poi all’interno di ciascun percorso la carriera continua a salire quasi automaticamente, lasciando le vere differenze di merito soltanto al momento degli incarichi direttivi o semidirettivi, il rischio è di spostare il problema senza risolverlo. La storia dell’ordinamento giudiziario insegna che dove manca una seria selezione professionale, cresce inevitabilmente il peso di altri fattori: appartenenze, relazioni, equilibri associativi. In questo senso, il fenomeno delle correnti non è soltanto una degenerazione etica o politica; è anche il prodotto di un sistema che ha ridotto gli spazi di verifica meritocratica nelle tappe ordinarie della carriera.
Per far carriera non basta l’esperienza
Per questo la riforma davvero coerente con una magistratura moderna non dovrebbe fermarsi alla separazione tra requirenti e giudicanti. Dovrebbe piuttosto affiancare a quella scelta un ritorno a forme serie di selezione per l’accesso alle qualifiche più elevate, magari attraverso concorsi interni, valutazioni comparative rigorose e prove professionali strutturate, come avveniva prima delle riforme che hanno smantellato il vecchio sistema. Non si tratta di restaurare meccanismi burocratici del passato, ma di recuperare un principio elementare: chi esercita funzioni superiori deve arrivarci perché è il migliore, non soltanto perché è il più anziano o il meglio collocato negli equilibri dell’autogoverno. La separazione delle carriere può essere, per alcuni, una scelta di garanzia processuale; per altri, un rischio per l’unità della giurisdizione. Ma in entrambi i casi una cosa è chiara: senza una progressione per merito, resterà una riforma a metà.
