Giorgia Meloni in Parlamento. Prima al Senato, poi alla Camera, per le comunicazioni sulla crisi iraniana e sul Consiglio europeo del 19 e 20 marzo. La premier c’è, dunque: il centrosinistra aveva chiesto la sua presenza in aula e la sua presenza c’è stata. Non è un dettaglio da poco in una settimana in cui l’opposizione aveva costruito larga parte della propria narrazione attorno all’accusa di fuga istituzionale. Conte, il 5 marzo, aveva parlato di una presidente che «scappa dal Parlamento e fa monologhi alla radio».

Eppure il clima non si è disteso. Nel dibattito a Palazzo Madama, Pd, M5S e Avs sono rimasti sulla posizione delle settimane scorse: no all’uso delle basi, condanna dell’attacco americano e israeliano, accuse di subalternità a Washington. La premier ha risposto citando il governo spagnolo di Sanchez — tanto esaltato dall’opposizione come esempio di fermezza — e ricordando che Madrid si attiene esattamente agli stessi accordi bilaterali con gli Usa ai quali si attiene Roma. «Stupisce che questa scelta venga condannata in patria ed esaltata in Spagna dalle stesse, identiche, persone», ha detto Meloni. Sul tema delle basi, la premier ha chiarito che finora non è arrivata alcuna richiesta americana e che qualsiasi futura richiesta che esuli dagli accordi esistenti passerà per il Parlamento.

Le strutture militari americane in Italia esistono dal 1951, regolate da accordi bilaterali che prescindono dal colore del governo. Tutti i governi di centrosinistra, da D’Alema in poi, quelle basi le hanno concesse all’utilizzo americano ogni volta che è stato necessario. In aula, la maggioranza ha ricordato anche che quando D’Alema mandò aerei italiani a bombardare nei Balcani, non ci fu alcuna preventiva consultazione parlamentare. La retorica del «no alle basi» suona dunque nobile sulla carta e ondivaga nella pratica.

Il secondo fronte è quello dei conti pubblici. I dati Istat indicano un deficit 2025 al 3,1 per cento, provvisoriamente sopra la soglia per uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo. Le opposizioni ne hanno fatto subito munizione. Giorgetti ha risposto indicando nel Superbonus il responsabile principale del deterioramento: argomento certificato dalla Corte dei Conti, che pesa sui conti anni dopo la sua introduzione da parte dei governi Conte. Il deficit scende comunque rispetto al 3,4 del 2024 e i dati definitivi di Eurostat del 22 aprile potrebbero riservare sorprese; la Commissione europea valuterà nel Pacchetto di primavera del 3 giugno. Quanto alle nuove procedure di infrazione aperte da Bruxelles- subito additate dal centrosinistra come certificazioni di criticità del governo – in buona parte rigurdano temi ambientali — qualità dell’aria, acque, emissioni — che sono il portato di decenni di ritardi italiani, ben anteriori all’attuale esecutivo.

Il terzo fronte è quello referendario. Pd, M5S e Avs sono compatti per il No alla riforma Nordio — la legge che separa le carriere dei magistrati e ridisegna la governance disciplinare — mentre Azione ha scelto il Sì. Bonafè parla di volontà di «mettere a tacere i giudici»; Conte di pm destinati a finire «sotto il controllo del governo». Quel che appare più evidente, guardando i tre fronti insieme, è la scelta tattica dell’opposizione di agganciare ogni tema — le basi, i conti, le infrazioni europee — alla campagna referendaria, costruendo un’offensiva generale che punta a trasformare il voto del 22 e 23 marzo in un giudizio complessivo sull’esecutivo. È un metodo legittimo, anzi naturale per chi si trova all’opposizione a pochi giorni da una consultazione costituzionale. Il polverone che ne deriva intenzionalmente copre i fatti: le basi americane hanno una storia che precede questo governo di settant’anni, i conti pubblici incorporano eredità che i governi Conte conoscono bene, e sulla riforma della giustizia lo “storytelling” continua a spostare il dibattito dal merito alla retorica dello scontro.