I dati Istat degli ultimi tre anni raccontano una storia inattesa: il Mezzogiorno cresce più del Nord. L’occupazione tocca livelli record, il turismo esplode, le università tornano attrattive. Eppure il dibattito pubblico resta prigioniero di vecchi schemi: la sinistra vede solo ombre, la destra solo luci. Nel mezzo, un Sud reale che si è messo in movimento, che innova, che produce cultura di livello internazionale. Ne parliamo con Marco DeMarco, scrittore e giornalista, già direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno e tra i più autorevoli studiosi della questione meridionale. Un’analisi che smonta stereotipi e rivela una contraddizione sorprendente: proprio quando il Sud si affranca dall’assistenzialismo, c’è chi vorrebbe riportarlo in Costituzione come “eccezione” da tutelare.
I dati dicono che il Sud cresce. È finita l’epoca dell’assistenzialismo?
«Nei fatti, sì. Da tre anni il Mezzogiorno cresce più del Nord, l’occupazione è a livelli record, le università meridionali tornano attrattive. Tutto questo legittima una lettura positiva di un Sud che si affranca dalla lamentazione. Ciò non toglie che le interpretazioni restano viziate: la sinistra è pessimista, la destra iperottimista. Bisognerebbe fare uno sforzo per allontanarsi dalle appartenenze e ragionare sui fatti».
Su cosa si fonda questa crescita?
«Il Sud sta emergendo su più fronti. C’è il manifatturiero, ci sono i distretti produttivi, e c’è la vera bomba: il turismo. Si parla addirittura di overtourism. È significativo che anche la sinistra, storicamente critica verso lo sviluppo turistico, abbia cambiato posizione. Negli anni Cinquanta a Napoli le politiche turistiche venivano bollate come clientelari e passeggere. Oggi c’è un ripensamento generale».
E sull’innovazione tecnologica?
«Siamo all’inizio di una svolta, ma i segnali sono positivi. Gli insediamenti a Napoli, Catania, in tutta la Sicilia mostrano uno sforzo di formazione delle competenze. C’è dinamismo nelle aziende, una vitalità che fa ben sperare».
Il problema delle infrastrutture resta centrale?
«È sbagliato pensare a un Sud non attrattivo. Napoli è tra le città più infrastrutturate d’Italia: porti, aeroporti, metropolitane, aree logistiche. Le condizioni per attrarre capitali ci sono. Non ne attraiamo ancora abbastanza, ma la strada è aperta».
C’è la questione del capitale umano…
«È un problema nazionale, non solo meridionale. Anche il Nord-Est soffre di giovani che emigrano in Europa. Il punto non è trattenere a tutti i costi, ma rendere il territorio attrattivo per competenze che vengono da fuori. Non affrontiamola in modo angoscioso: facciamo del Mezzogiorno un polo di attrazione».
Passiamo però alla narrazione. Da giornalista e direttore di giornali conosce bene il peso del racconto.
«Senza racconto non c’è realtà: bisogna mettere gli eventi in fila. Oggi il Mezzogiorno ha potenzialità narrative enormi. Come diceva McEwan, le grandi serie televisive hanno sostituito il romanzo ottocentesco: il Sud ne ha prodotte di altissimo valore. Ma soprattutto è cambiato il clima culturale. Prima le avanguardie erano in guerra con la tradizione. Oggi c’è una pax culturale: si recupera Eduardo, Totò, Pino Daniele, Troisi. Sorrentino è solo uno dei tanti. Non c’è più frattura tra vecchio e nuovo. Questa riconciliazione è la fonte di una nuova autostima meridionale».
Eppure c’è chi propone di reinserire il Mezzogiorno in Costituzione.
«È ciò che mi sorprende di più. Proprio nel momento in cui il Sud si presenta come motore dell’economia nazionale, tornano vecchie tentazioni. Leggo la proposta del costituzionalista Tommaso Frosini di rimettere il Mezzogiorno in Costituzione. Ma quando fu fatto il Titolo V, si ragionò esattamente al contrario: autonomie, capacità di autopromuoversi, differenziazione territoriale. Ora facciamo retromarcia?».
Perché questa inversione?
«È incomprensibile. Viesti nel 2003 pubblicò “Abolire il Sud” per giustificare il federalismo. Oggi pensa l’opposto. Anche da destra c’è stata una chiusura: Cirelli in Campania ha detto subito che non avrebbe mai chiesto l’autonomia differenziata. Eppure il Sud sta vincendo la sfida con il Nord-Est. Perché non dargli fiducia?».
L’autonomia differenziata fa ancora paura?
«Non dovrebbe più. La Corte Costituzionale è intervenuta, ha chiarito come applicare la riforma garantendo l’unità nazionale. Gli strumenti per rendere questo Paese più uguale ci sono. È inconcepibile che, avendoli, ci si allontani da questa prospettiva per tornare a quarant’anni fa».
