Analista strategico, presidente del Centro Studi Internazionali, consulente per governi e organismi internazionali, Andrea Margelletti è appena rientrato da un viaggio di studio a Teheran, dove ha raccolto osservazioni dirette sulla situazione iraniana.
Professor Margelletti, fa bene chi sostiene che contro il regime degli Ayatollah non ci sia altra strada se non uno strike militare? Farebbe bene Donald Trump ad agire adesso?
«Il vero problema, dato che non parliamo di tifoserie ma della vita delle persone, è che forse sarebbe il caso di discutere qual è il futuro della gente in Iran. Eliminato quello che comunque non è un dittatore alla Maduro, ma il capo di una realtà stratificata, che succederà? Non possiamo non chiedercelo. Una instabilità forte in quel paese comporterebe criticità fortissime per tutto il Medio Oriente».
Qual è, dunque, la reale struttura di potere in Iran?
«Sono tornato da un mese dall’Iran, studio le realtà, quando posso, toccandole con mano. Il vero punto è quale dirigente prenderà in mano il Paese. Ci possiamo permettere un vuoto di potere, con le armi che ha pronte Teheran?»
Quindi un collasso potrebbe portare al caos, perfino alla guerra civile?
«Se non c’è una forza in grado di aggregare intorno a sé le istanze delle persone, ahinoi sì. Io per un periodo ho persino sperato che l’esercito – non i Guardiani della Rivoluzione – prendessero in mano il Paese. Le manifestazioni sono forti, non così l’opposizione, molto frammentata. Il rischio è che ci troviamo di fronte a un paese che si balcanizza, con conseguenze devastanti per tutti».
Negli Stati Uniti, attorno a Donald Trump, cresce l’idea di un attacco. Scenario realistico?
«Non lo sa nessuno e credo che non lo sappia neanche lui. Bisognerà vedere se poi all’undicesima ora il governo di Teheran deciderà di addivenire a un accordo più o meno vantaggioso e quindi gli americani difficilmente avranno la giustificazione per fare una campagna militare. Anche perché è bene essere chiari: con l’eccezione del conflitto del 1999 in Kosovo, tutte le altre guerre non si sono vinte dal cielo».
Senza boots on the ground non si vince. E oggi non ci sono le condizioni?
«Esattamente. Non mi pare che ci siano le condizioni, ma non mi pare che ci siano le proprie condizioni».
Che cosa significa, allora, l’ipotesi di un intervento “mirato”?
«Mirato, per portare il regime iraniano a un tavolo della pace. A Teheran ho visto un sistema dove purtroppo la saldatura del sistema securitario è molto forte».
Si certifica, in queste ore, la saldatura di un asse geostrategico e militare tra Cina, Russia e Iran?
«Esiste da sempre un mondo che si riconosce nei valori dell’Occidente, e non è soltanto l’Europa, ma il Giappone, l’Australia, Corea del Sud, ma esiste un mondo anche che ha valori e opinioni diverse dalle nostre. C’è un asse che si allarga anche elasticamente, lo abbiamo visto con le sanzioni a Mosca, ad esempio, quindi ci sono paesi che ritengo di avere una posizione attendista, una posizione diversa, insomma».
Il vero confronto, dice lei, è quello tra Stati Uniti e Cina. Che poi è il tema centrale dei Dazi, oggi diventato incandescente…
«Chi continua a pensare che il mondo sia retto dai rapporti multilaterali, dalla diplomazia è semplicemente oramai un illuso, vuole dire che non vuole riconoscere il fatto che nei cicli della storia siamo tornati all’Occidente, poi torneremo anche a quella fase, ma questa è una fase storica completamente diversa. Qui adesso c’è questo rischio di confronto bellico diretto».
Quale sarà il casus belli? Può essere già l’Iran?
«No! Se Parigi non vale una messa, si figuri Teheran, no, la dinamica sarà sicuramente una dinamica asiatica».
E allora.. un’isola in particolare a cui guarda la Cina?
«Sì, penso più che a Taiwan, alle Filippine. Certo, la Cina è interessata a Taiwan, e Taiwan è fondamentale per la Cina, che è la “provincia perduta”, ma è anche il paese di microchip e superconduttori. La Cina non farebbe mai una guerra dove rischia di distruggere le fabbriche che poi deve ricostruire. Quindi la guerra la fa da qualche altra parte e se poi lei la guerra la vince, riesce a costringere gli americani ad andare lontano dal Pacifico, cioè a rimanere nel Pacifico orientale e non quell’occidentale. E a quel punto Taiwan capitolerebbe da sola».
