Mattarella visita Rebibbia: una lezione civile al Paese sullo stato delle carceri. Ai detenuti serve dignità

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione dell'inaugurazione dell’opera d’arte “Benu” (foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica) Foto Francesco Ammendola / Ufficio stampa Quirinale/LaPresse DISTRIBUTION FREE OF CHARGE - NOT FOR SALE

La visita del Presidente Sergio Mattarella al carcere femminile di Rebibbia non è stata una semplice tappa istituzionale, né un gesto di cortesia verso un progetto artistico. È stata una lezione civile rivolta al Paese. L’inaugurazione di Benu – l’installazione permanente ideata da Eugenio Tibaldi e realizzata insieme alle donne recluse – è diventata un’occasione per mostrare ciò che dovrebbe essere il carcere secondo la nostra Costituzione: un luogo di rinascita, non di abbandono. La simbologia della Fenice, che risorge dalle proprie ceneri, è stata il filo conduttore del discorso presidenziale. Ma la Fenice, ha lasciato intendere Mattarella, non può risorgere se il nido è marcio. E alcuni istituti italiani oggi lo sono, “in condizioni totalmente inaccettabili”.

Cultura, dignità e quella promessa dell’articolo 27

Il Presidente, con la delicatezza che gli è propria, ha ricordato la promessa costituzionale spesso smentita dai fatti: le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è un corollario del sistema, né un lusso civico per tempi migliori. È un principio cardine che distingue una democrazia liberale da uno Stato punitivo. L’arte, la formazione, il teatro, lo studio: tutto ciò che a Rebibbia esiste da anni e che Benu amplifica sono strumenti reali di reinserimento, non attività ornamentali. Sono, anzi, la manifestazione più concreta di uno Stato che non abdica alla sua responsabilità educativa. Eppure, Mattarella ha ricordato che questo modello virtuoso non è uniforme: ci sono luoghi dove la detenzione si riduce a mera segregazione, senza prospettiva, senza programmi, senza futuro. Se in alcuni istituti si può parlare di rinascita, in altri domina l’involuzione: sovraffollamento, suicidi, violenze, totale assenza di percorsi trattamentali.

Rieducazione come infrastruttura democratica

La rieducazione non è un’utopia da progressisti sentimentali. È un investimento sulla sicurezza, sulla coesione sociale, sulla riduzione della recidiva. Tutti i dati mostrano che dove ci sono cultura, lavoro, formazione, la recidiva crolla. Meno recidiva significa meno reati, meno vittime, meno costi di detenzione. Ma per ottenere questi risultati serve ciò che Mattarella chiede da anni: un impegno organico, non episodico; un’amministrazione penitenziaria dotata di risorse adeguate; un Parlamento che non rincorra la paura ma governi la complessità; una magistratura di sorveglianza messa in condizione di lavorare con continuità.

Rebibbia come modello, non come eccezione

Il punto politico è esattamente questo: Rebibbia non deve essere l’eccezione virtuosa che commuove nelle ricorrenze, ma il modello da estendere a tutte le strutture del Paese. Dovunque dovrebbero essere presenti teatri, scuole, laboratori artistici e professionali, spazi per l’incontro con la comunità esterna. Dovunque dovrebbe essere garantita una condizione umana minima. Dovunque lo Stato dovrebbe mostrarsi all’altezza del proprio ruolo, perché la qualità del carcere è la cartina di tornasole della qualità democratica complessiva.