Nel rumore di fondo del conflitto, il Medio Oriente continua a parlare la lingua più universale che esista: quella dei flussi commerciali, delle infrastrutture e dell’energia. È una grammatica che non conosce tregua, perché non dipende dagli esiti militari, ma dalla geografia e dalla struttura stessa dell’economia globale. Ed è proprio qui che si annida il punto: il Medio Oriente non è centrale oggi, lo resterà comunque, anche dopo la fine del conflitto.

Il dato più semplice è anche il più trascurato. Lo Stretto di Hormuz continua a essere uno dei principali choke point energetici del pianeta: ogni tensione che lo attraversa si trasmette immediatamente ai prezzi globali e alle catene logistiche, come dimostrano i recenti shock su gas e petrolio (rispettivamente +65% e +45%). Non è una variabile contingente: è una costante sistemica. Attorno a questo asse si muove il Golfo, che senza l’Iran rappresenta oggi uno dei poli economici più dinamici del pianeta. I sei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Oman, Bahrain) aggregano PIL complessivo che supera i 2.000 miliardi di dollari e mostrano traiettorie di crescita tra il 3% e il 4,5% nel biennio 2025-2026. Non è più solo una questione di idrocarburi: oltre il 70% del PIL è ormai generato da settori non oil, tra industria, logistica, costruzioni e servizi avanzati.

Questo dato è decisivo perché segna una trasformazione: il Golfo non è più soltanto un fornitore energetico, ma un hub di intermediazione globale. Lo dimostrano i numeri del commercio: l’interscambio tra GCC e Unione Europea vale circa 197 miliardi di dollari, con flussi sempre più articolati anche su investimenti e tecnologia. Parallelamente, la regione consolida il proprio ruolo di piattaforma logistica tra Asia, Africa ed Europa, con un aumento costante dei re-export e del commercio intra-Golfo, che ha raggiunto i 146 miliardi di dollari nel 2024. È qui che si comprende la vera natura geopolitica dell’area: il Medio Oriente è il punto di cerniera tra Oriente e Occidente. Non solo per le rotte marittime, ma per la capacità di ridistribuire capitale, energia e merci. La guerra può rallentare i flussi, ma non può spostarli altrove.

Nella seconda metà della storia, quella che riguarda l’Italia, questo quadro si traduce in una crescente interdipendenza. Negli ultimi anni, Roma ha progressivamente intensificato le relazioni economiche con i Paesi del Golfo, spinta da una combinazione di fattori: sicurezza energetica, espansione dei mercati per il Made in Italy e necessità di diversificare le catene di approvvigionamento. I numeri parlano chiaro: gli Emirati Arabi Uniti sono oggi uno dei principali partner commerciali italiani nell’area: nel 2024 l’export italiano ha superato i 9 miliardi di dollari, con una forte concentrazione in macchinari, metalli preziosi e tecnologie industriali. Il commercio bilaterale complessivo ha sfiorato i 10 miliardi di euro, con tassi di crescita a doppia cifra e una dinamica ancora più marcata nel 2025, quando l’interscambio ha continuato a crescere.

Ancora più significativa è la componente qualitativa: il rapporto non è più solo commerciale ma strategico. Nel 2025, Italia e UAE hanno siglato un accordo di cooperazione e investimenti da circa 40 miliardi di dollari, focalizzato su settori ad alta intensità tecnologica: intelligenza artificiale, energia rinnovabile, data center, spazio. Gli Emirati si configurano come hub per le imprese italiane verso l’Asia e l’Africa, con un aumento del numero di aziende italiane presenti nelle free zone e nei distretti logistici. In altre parole, gli Emirati non sono tanto un mercato di sbocco generico, quanto una piattaforma premium per il Made in Italy, dove domanda di lusso, infrastrutture e tecnologia si sovrappongono. Arabia Saudita e Qatar rappresentano invece il versante energetico e infrastrutturale della relazione. Le esportazioni italiane verso Riyadh hanno superato i 6,5 miliardi di dollari nel 2024, trainate da macchinari, tecnologie industriali e farmaceutica. Si tratta di un asse che si rafforza nella misura in cui i programmi di diversificazione sauditi (Vision 2030) richiedono competenze manifatturiere e ingegneristiche che l’Italia è in grado di fornire.

In parallelo, l’Italia consolida il proprio ruolo all’interno del più ampio quadro euro-golfo: la crescita dell’interscambio con i Paesi extra-UE, in aumento del 4,6% nel 2025, riflette anche la crescente centralità di questi mercati per l’export nazionale. Non è un caso che oltre il 60% delle importazioni strategiche italiane provenga da aree geopoliticamente sensibili, segno di una dipendenza che è anche un’opportunità di posizionamento. Il punto, allora, non è se il Medio Oriente resterà centrale. Lo è già, strutturalmente. La vera questione è chi saprà abitare meglio questa centralità.

Poalo Bozzacchi

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