Ricorda, perché potresti dimenticare
Memoria e Memento, perché la Shoah continua a interrogare la democrazia: il ricordo una responsabilità verso i vivi e verso chi verrà
La Giornata della Memoria come memento: ricordare la Shoah per difendere oggi democrazia e libertà nate dal sacrificio delle vittime.
Li vidi scendere dal pullman nel primo pomeriggio. La luce aveva già cambiato inclinazione e il freddo della campagna polacca, trattenuto dalla disciplina del gruppo, tornava a farsi sentire. Il piazzale si stava svuotando: voci che si cercavano, l’insegnante (sono io che vi scrivo) che rifaceva l’appello mentre qualcuno scattava una foto, come a voler fissare il ricordo. La giornata era finita, il viaggio concluso. Eppure la fretta con cui si disperdevano, richiamati dagli impegni, sembrava stonata rispetto ai giorni appena trascorsi. Due di loro si allontanarono di qualche passo, senza parlarsi. Una necessità fisica, come prendere fiato dopo un’apnea. Rimasero in silenzio, guardando l’orizzonte piatto, mentre alle loro spalle riprendeva il brusio. Poi uno dei due disse, sottovoce, quasi a sé stesso, che forse il problema non era ricordare poco ma ricordare male. La frase, priva di enfasi, pesò. L’altro non rispose subito poiché sapeva che quelle parole andavano oltre il viaggio, i luoghi e le storie; toccavano il modo in cui il passato continuava, o smetteva, di vivere nel presente.
È spesso da una frattura dell’esperienza che prende avvio la riflessione autentica sulla memoria: non dalla celebrazione, non dal calendario civile, ma da quella sensazione di insufficienza che segue certi attraversamenti: come se ciò che si è visto non potesse essere semplicemente “ricordato” ma chiedesse un di più. Chiedesse di essere portato, sostenuto nel tempo, assunto come criterio. I viaggi della memoria, quando non si riducono a un rito pedagogico o a una pratica rassicurante, producono questo scarto; ed è in quello scarto che la memoria smette di essere un dovere e diventa una responsabilità.
A dare nome a questa responsabilità soccorre una parola antica, di sorprendente densità semantica: memoriale. Nella tradizione biblica il termine è zikkarôn; non indica la rievocazione di un evento concluso, ma un atto capace di rendere presente ciò che è stato. «Questo giorno sarà per voi un memoriale», si legge nel racconto della Pasqua: la liberazione dalla schiavitù non viene consegnata al passato, ma trattenuta nel tempo come criterio del presente e promessa di futuro. Ricordare, in questa prospettiva, non è un gesto retrospettivo, bensì una forma di presenza che attraversa il tempo. Il verbo che sostiene questa visione, zakar, “ricordare” non appartiene alla sfera dell’informazione ma a quella dell’identità. È come un riportare al cuore ciò che fonda l’umano; un gesto che intreccia memoria e fedeltà, passato e scelta morale. Per questo, nella Scrittura come nella Letteratura il ricordare non è mai innocuo bensì un compromettersi eticamente, un esporsi valutando e ponderando i fatti. In questo senso il contrario del ricordare non è la dimenticanza distratta che pure non è tollerabile ma la rottura di un legame, l’interruzione di un’alleanza, un tradimento della gravità della storia.
È di oggi, davanti alle più alte cariche dello Stato, quanto detto da Noemi Di Segni per le celebrazioni della memoria. Le sue sono parole pronunciate senza enfasi, ma con quel peso etico declinato in gesti essenziali. Di Segni ha raccontato di aver raccolto una pietra ad Auschwitz e di averla posata su un muro innevato del campo; un’altra l’ha portata con sé, «pesante dentro la borsetta perché pesante è il ricordo». Non un oggetto simbolico costruito, non un segno esibito, ma un frammento di materia che resiste. «Come fa un sasso – si è chiesta – a rappresentare un’intensità del divino e parimenti dello sterminio? Un sasso, per il nostro rito funebre, sostituisce un fiore». In quel gesto antico, privo di estetica e di consolazione, il memoriale mostra la sua verità: non abbellisce il passato, lo trattiene; non lo rende sopportabile, lo rende ineludibile. E quando, rivolgendosi alla poetessa Edith Bruck, ha detto «Edit, ti ho portato, come promesso, una pietra per te». La memoria ha smesso definitivamente di essere concetto per tornare a essere relazione, consegna, alleanza.
È esattamente questo legame che rischia di spezzarsi quando la memoria della Shoah viene addomesticata e trasformata solo in cerimonia anziché diventare coscienza critica. In un recente sondaggio di Youtrend emerge un dato sconcertante: il 14% degli italiani crede che l’Olocausto sia stato ampiamente esagerato. Primo Levi, ricordava che la memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace; non per giustificare l’oblio, ma per denunciarne il pericolo. Quando il ricordo perde spessore, diventa disponibile alla rimozione, alla manipolazione, alla neutralizzazione morale. Il vero scandalo non è la memoria dolorosa, ma la sua progressiva perdita di peso. Su un altro piano, ma con esiti convergenti, Hannah Arendt ha mostrato come il male estremo possa insinuarsi non attraverso l’eccezione bensì attraverso la normalità. Il problema – annotava – non è tanto l’obbedienza quanto la rinuncia a pensare; e pensare, in fondo, significa ricordare, collegare, assumere il peso delle conseguenze. L’oblio, in questo senso, non è un vuoto, ma una condizione strutturale: ciò che consente al male di funzionare senza più essere riconosciuto come tale. In questa linea si colloca anche la riflessione di Benedetto XVI, quando afferma che una società incapace di fare memoria del proprio dolore è una società senza futuro. Senza memoria, la ragione si riduce a calcolo; perde il senso del limite e confonde ciò che è tecnicamente possibile con ciò che è umanamente lecito.
Oggi viviamo in un’epoca che dimentica facilmente le tragedie del Novecento e le loro conseguenze: la democrazia come conquista fragile e i diritti ottenuti con sacrifici. I martiri sono evocati simbolicamente, ma si perde il legame vitale tra il loro sacrificio e le istituzioni democratiche. Il vero pericolo non è il ritorno dei totalitarismi, ma la loro dissoluzione in forme più sottili: indifferenza organizzata, delega passiva, libertà ridotta a slogan. Auschwitz, per questi motivi, non è solo storia ma un monito costante a custodire e vigilare sul presente: sul linguaggio disumanizzante, sull’indifferenza mascherata da neutralità e sull’illusione che la democrazia sia un bene acquisito.
Quando i due amici si salutano, al termine di quel viaggio, non hanno risposte definitive. Hanno però avvertito un peso nuovo, una resistenza interiore. È la densità del ricordo: ciò che non si lascia consumare, ciò che chiede tempo, ciò che obbliga a una postura diversa nel mondo. Il memoriale non è culto dei morti, ma responsabilità verso i vivi e verso chi verrà.
Forse è questo il compito più esigente della Giornata della Memoria: tornare a essere memento. Ricorda, perché potresti dimenticare; e nel dimenticare non si perde soltanto il passato, ma anche il senso delle libertà che su quel passato sono state costruite. In un tempo che vive di presente continuo, la memoria resta il gesto con cui il passato rifiuta di essere neutralizzato e continua, ostinatamente, a interrogare la nostra idea di umanità.
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