Un milionario ogni dodici residenti, neonati compresi. È il dato che emerge dal rapporto Henley & Partners e che incorona Milano capitale mondiale della densità di grandi patrimoni, davanti a New York, Londra e Parigi. Una notizia che ha suscitato reazioni prevedibili: da un lato l’orgoglio per l’attrattività internazionale della città, dall’altro l’indignazione per una concentrazione di ricchezza che stride con gli affitti insostenibili e i salari stagnanti.
Entrambe le reazioni colgono una parte di verità, ma rischiano di mancare il punto. Il problema non è la presenza dei milionari, bensì l’insufficiente diffusione degli effetti positivi che quella ricchezza può generare. Capitali, investimenti e patrimoni non sono il male: sono il carburante che alimenta la rigenerazione urbana, l’occupazione qualificata, l’innovazione. Senza i fondi sovrani del Golfo non avremmo Porta Nuova; senza i capitali americani, gli scali ferroviari resterebbero scheletri arrugginiti.
La sfida, semmai, è politica: costruire meccanismi che trasformino la concentrazione di ricchezza in leva di sviluppo diffuso. Servizi pubblici efficienti, politiche abitative serie, salari adeguati al costo della vita. Non si tratta di punire chi produce valore, ma di assicurarsi che quel valore irrighi l’intero tessuto sociale. Demonizzare la ricchezza è un riflesso ideologico che non ha nulla di metropolitano, moderno e perfino democratico. Governarla è buona politica.
