Duecento alloggi popolari da recuperare entro fine mandato, 180 appartamenti per lavoratori già consegnati ad A2A, un contributo affitto fino a 2.000 euro annui per gli under 35. Il Piano Casa del Comune esiste e ha obiettivi dichiarati. Si inserisce in una città che negli ultimi anni ha saputo trasformarsi, diventando più moderna e competitiva, attrattiva per investimenti, talenti, imprese internazionali.

Lo skyline ridisegnato, i nuovi quartieri come CityLife e Porta Nuova, la rigenerazione di aree dismesse: Milano ha cambiato pelle con una rapidità che poche città europee possono vantare. Questa evoluzione ha portato ricchezza, dinamismo, opportunità. Ha però anche acuito un problema strutturale: l’accessibilità abitativa per chi non può permettersi i prezzi del nuovo mercato immobiliare. È il rovescio della medaglia di ogni sviluppo urbano accelerato, da Londra a Berlino. Un fenomeno che riguarda tutte le metropoli in crescita e che richiede risposte articolate.

Uno sguardo ad altre realtà europee mostra strade diverse. Vienna rappresenta un caso estremo: il 60% della popolazione vive in alloggi a canone calmierato o sociale, frutto di un secolo di investimenti pubblici e di una tradizione politica difficilmente replicabile altrove. Più vicino alla sensibilità milanese potrebbe essere il modello di Monaco di Baviera, dove il Comune impone ai costruttori quote significative di edilizia convenzionata in cambio delle concessioni, mantenendo però un mercato immobiliare dinamico e attrattivo. Una formula che coniuga sviluppo e inclusione senza soffocare l’iniziativa privata. Amsterdam ha scelto di percorre una strada normativa che limita gli utilizzi, con vincoli rigidi sugli affitti brevi e tassazione progressiva sulle seconde case.

Il Piano Casa dell’amministrazione Sala ha il merito di affrontare un’emergenza a lungo sottovalutata. La sfida è integrarlo con lo sviluppo immobiliare che ha reso Milano competitiva, trovando quell’equilibrio tra crescita e inclusione che altre città stanno cercando con fatica.