Milano, lavori e sei povero: la metropoli tra costo della vita e le dimissioni (nel pubblico) che crescono più degli stipendi

Il lavoro non è più centrale nel dibattito economico. Ha perso peso nella distribuzione dei redditi. Non è più la figura del lavoratore manifatturiero quella che indica la via dello sviluppo. Per capire cosa sta succedendo è bene guardare cosa succede nella grande Milano, la capitale del lavoro. Qui il tasso di occupazione resta di circa 10 punti superiore a quello nazionale. Il reddito medio supera del doppio quello di molte aree del mezzogiorno. Eppure è qui che le differenze sociali si sono ampliate di più negli ultimi anni.

Il costo della vita, a partire dagli affitti, è aumentato con un tasso a cui neppure gli ultimi recuperi contrattuali sono riusciti a tenere il passo. Dalla pubblica amministrazione crescono le dimissioni più degli stipendi. Resta però la città di grande attrattività anche per il lavoro. Giovani da tutto il paese arrivano alla ricerca di occupazione nelle imprese più avanzate, rendendo Milano la città con maggiore presenza giovanile. Dobbiamo guardare ai cambiamenti della struttura produttiva per comprendere meglio quanto sta avvenendo. La manifattura si delocalizza. La occupazione qualificata si sposta verso settori innovativi con salari medi maggiori ma meno domanda di lavoro di quanti lasciano le vecchie professioni.

Accompagnare la transizione sostenendo con formazione mirata la professionalità di quanti sono investiti dal cambiamento è la prima misura indispensabile, assieme ad interventi territoriali per difendere il valore reale dei salari. Questa è la sfida che vivono anche le rappresentanze sindacali.