Missile sulla Turchia e nave affondata, Usa: “Iran senza leader, aerei e Marina”

AP Photo/Vahid Salemi

Teheran è sottoposta a incessanti bombardamenti quotidiani così come la parte occidentale del paese dove i guardiani della rivoluzione hanno ricostruito le loro basi e create diverse nuove, tra cui centri di sorveglianza e di intelligence e piattaforme di lancio. Il Segretario alla Guerra degli Stati Uniti Pete Hegsett ha dichiarato: “Il nostro nemico islamista radicale è finito, e lui lo sa”. L’inferno sembra essersi abbattuto sugli ayatollah e c’è chi pensa a mettersi in salvo, ma le strade per l’esilio sembrano quasi del tutto chiuse. La Repubblica islamica è isolata in medio oriente e nel mondo e al suo interno vige una logica mafiosa, chi abbandona l’istituzione è perseguito fino alla morte.

La galassia che compone il regime con il Corpo dei guardiani della rivoluzione appare sempre più divisa tra i sostenitori della linea dura come Ali Larijani, segretario del supremo consiglio per la sicurezza nazionale e la corrente che fa capo al presidente Pezeshkian il quale ha dato inizio ai lavori del consiglio elettivo dei guardiani della rivoluzione per sostituire i numerosi leader che sono stati uccisi durante le operazioni militari di Usa e Israele. Intanto il secondogenito del defunto Khamenei, Mojtaba di 56 anni, è riuscito ad assicurarsi la nomina a guida suprema del paese, anche se al momento, la sua elezione non è stata ufficializzata perché è bersaglio dell’operazione israelo-americana durante la quale è già rimasto ferito.

Che significato dovremmo dare a questa scelta? È certamente un segnale di debolezza. Perché dimostra ancora una volta che questo regime è chiuso in sé stesso, permane rigido e non in grado di riformarsi. Certo, lo si sapeva già, ma la nomina di Mojtaba è un’ulteriore conferma di tutto ciò. Tale nomina a guida suprema indica la continuità con la dinastia Khamenei e dunque una linea di oscura intransigenza. Il secondogenito del defunto dittatore era emerso circa vent’anni fa, sotto la presidenza di Ahmadinejad. Non rappresenta dunque la “transizione” ma una continuità, il regime ha voluto dimostrare di non essere stato scalfito dalla decapitazione e dall’eliminazione del capo politico e spirituale del paese. Non a caso la nomina è avvenuta su pressione dei guardiani della rivoluzione.

L’offensiva israelo-americana sta devastando l’esercito iraniano e sta annichilendo le sue difese terrestri, aeree e marine. Nei target dei bombardamenti israelo-americani vi sono tutti gli asset strategici, militari ed economici del paese. L’obiettivo è rendere la Repubblica islamica completamente inoffensiva per consentire poi alla popolazione di riprendere il controllo delle strade con la protezione di Washington e Gerusalemme e, se dovesse essere necessario, prevedere anche un intervento di terra per dare il colpo decisivo per il cambio di regime. Gran parte dei comandanti di alto rango di tutto l’apparato militare sono morti e gli animi nella regione si stanno riscaldando contro la Repubblica islamica. All’interno del regime vi è molto sconforto, sconcerto e disperazione. Dopo l’attacco con un drone che ha colpito la base britannica della Royal Air Force di Akrotiri a Cipro, causando danni limitati e nessuna vittima, ieri è stata la volta di un paese Nato, la Turchia, che ha giocato un ruolo nei negoziati in Oman tra Washington e Teheran. Un missile balistico iraniano diretto sui cieli turchi è stato abbattuto dalle forze NATO nel Mediterraneo orientale. Il missile iraniano ha sorvolato l’Iraq e la Siria ed era destinato a entrare nello spazio aereo turco. Una parte del missile è caduto nella città turca di Hatay, per fortuna senza causare vittime.

Ankara ricorda all’Iran e a tutti gli attori regionali che si riserva il diritto di rispondere a qualsiasi azione ostile nei suoi confronti. Non era affatto da ritenere improbabile che anche la Turchia finisse nel mirino degli ayatollah. La Turchia è uno dei Paesi più esposti a un conflitto in espansione, anche se la base aerea di İncirlik ad Adana e quella radar di Kürecik a Malatya non sono basi americane, sono basi turchi ad uso della Nato. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha spesso sottolineato che l’escalation regionale provoca criticità energetiche e aumento dei prezzi. Poi c’è il rischio rifugiati, in particolare la possibilità che la componente etnica azera della popolazione iraniana, che è costituita da circa 20 milioni di persone si ammassi al confine con la Turchia. Dati i legami etnici turcici esistenti, Ankara avrebbe difficoltà a mantenere chiuso il confine in uno scenario del genere. Dunque, un’ulteriore escalation e le ricadute regionali rappresenterebbero un incubo per la Turchia. Per questo Ankara insisterà con sempre maggiore forza affinché gli sforzi diplomatici pongano fine alla guerra.

Secondo fonti di intelligence turca, la CIA starebbe lavorando per armare le forze curde-iraniane con l’obiettivo di provocare una rivolta popolare curda in Iran. Secondo il piano della CIA si prevede che le forze di opposizione curde-iraniane possano rappresentare la spina dorsale di un’operazione di terra nell’Iran occidentale nei prossimi giorni, con l’impiego anche di altre milizie curde del Nord Iraq e della Siria. I curdi-iraniani si aspettano il forte sostegno degli Stati Uniti e di Israele, secondo quanto riferiscono le fonti del Kurdistan iraniano in anonimato alla CNN. Trump pensa di usare le forze curde in Iran come fece George W. Bush con l’Alleanza del Nord in Afghanistan nel 2001 contro i talebani per dare l’assalto finale alla Bastiglia. Intanto non deve sorprende nemmeno il fatto che Teheran stia intensificando gli attacchi alle infrastrutture energetiche ed economiche del Consiglio di cooperazione del Golfo. Dopo la guerra di giugno e la rivolta di gennaio, il regime aveva previsto questo conflitto e sapeva che la posta in gioco era esistenziale. Imporre costi elevati agli Stati Uniti, ai paesi vicini e all’economia globale è la strategia di sopravvivenza della Repubblica islamica.