Della morte di Quentin in Italia – eccezion fatta per la stampa di area conservatrice – si è detto poco e male. Si è detto poco perché in fondo la gravità della notizia è stata sottovalutata e ampiamente marginalizzata da chi generalmente su casi del genere imbastisce vere e proprie campagne stampa di sensibilizzazione e allarme sociale. Si è detto male perché le prime ricostruzioni che la stampa mainstream ha fornito parlavano di una “rissa tra radicali” o di violenza politica praticata da gruppi marginali al di fuori di quello che in Italia si era soliti definire “arco costituzionale”.

Chi era Quentin Deranqu

In verità il giovane Quentin non era un radicale, non era un estremista, e non era un violento, ma un giovane militante della destra cattolica identitaria. Quel drammatico giorno Quentin si trovava a una manifestazione del gruppo femminista identitario Némésis. Era lì insieme ad altri giovani per proteggere le sue militanti, e il suo intervento in loro difesa si è rivelato fatale. Quello di Quentin è un omicidio politico, brutale e commesso senza nessuna pietà. Un linciaggio commesso da un gruppo di estrema sinistra “Jeune Garde Antifasciste” sciolto dal governo francese per la sua pericolosità. Tra gli aggressori di Quentin le attiviste hanno riconosciuto l’assistente del deputato de la France Insoumise Raphaël Arnault, Jacques Elie Favrot. Lo stesso gruppo è stato fondato da Arnault.

Il rigurgito dell’estrema sinistra

Non è un mistero che il motto “uccidere un fascista non è un reato” abbia da tempo varcato i confini italiani e, come già nel nostro Paese, sotto il concetto di fascista rientra tutto ciò che non sia la sinistra radicale. E i legami con l’Italia non si fermano alla comparazione tra la realtà di oggi in Francia e il passato in Italia, perché il rigurgito dell’estrema sinistra è vivo anche qui, e le violenze di Torino e Milano ne sono state la dimostrazione. Ma è sull’omicidio di Quentin che purtroppo anche l’Italia torna alla ribalta delle cronache, perché proprio qui nel Belpaese la violenza rossa ha stretto legami fortissimi con i cugini d’oltralpe. Si è scoperto con uno scoop de Il Giornale, a firma di Francesco Giubilei, che non solo due europarlamentari italiani di Avs Ilaria Salis e Mimmo Lucano e la CGIL hanno firmato un appello insieme agli esponenti della “Giovane Guardia Antifascista”, ma – ed è qui l’elemento peggiore – che il 12 ottobre del 2024 a Roma veniva conferito dal Presidente dell’VIII Municipio, esponente anch’esso di Avs e vicino ai centri sociali, un premio proprio a Raphaël Arnault.

Ai tempi lo stesso Arnault figurava già tra le persone considerate da Parigi “minaccia alla sicurezza nazionale” e nella capitale partecipò anche a dei cortei pro-Pal. Arnault è anima e organizzatore di una rete che tiene dentro pro-Pal, centri sociali, Portuali di Genova ed esponenti di Avs, partito sempre più esposto, come a Torino, con la presenza inopportuna di suoi esponenti in luoghi sensibili (vedasi Askatasuna) e accompagnati (come nel caso di Arnault) da personaggi di pessima fattura. Fermiamo le onde dell’odio prima che sia troppo tardi, piantiamola di delegittimare gli avversari e di aleggiare fantasmi del passato morti e sepolti. Perché il rischio è quello di Lione: vedere altri Quentin cadere sull’asfalto per le proprie idee, vittime dell’odio.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.