Il duello televisivo con il pm John Woodcock ha acceso il dibattito sulla riforma della giustizia e sul referendum del 22 e 23 marzo. A difendere le ragioni del Sì è stato con toni netti Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera dei Deputati ed ex direttore di Panorama, protagonista di un confronto molto seguito che ha fatto discutere il mondo politico e giudiziario. Con lui il Riformista riprende i nodi del dibattito: separazione delle carriere, terzietà del giudice, responsabilità dei magistrati e gli ultimi giorni di campagna referendaria.
Onorevole Mulè, si aspettava tutte queste reazioni al suo duello televisivo con il pm John Woodcock? In molti hanno avuto l’impressione che lei lo abbia messo in seria difficoltà.
«Quello che avete visto è stato, più che altro, la liberazione di migliaia — lasciami dire centinaia di migliaia — di persone che finalmente hanno sentito pronunciare ad alta voce cose che avrebbero voluto dire da tempo. In quel confronto è emerso anche un cambio di pulpito: chi è abituato alle requisitorie e agli interrogatori si è trovato a discutere da pari a pari. Quando chi difende il No, soprattutto se indossa una toga, si trova davanti un esponente del Sì che porta dati e ragionamenti, le fandonie vengono smontate una per una. E a quel punto arrivano la confusione, il balbettio, l’assenza di risposte».
Che cosa dimostra, secondo lei, quello scambio televisivo?
«Dimostra che quando si portano dati e argomenti seri, il soufflé delle ragioni del No si sfarina. Si parla di giudice assoggettato al pubblico ministero, della necessità della separazione delle carriere, di una sezione disciplinare del Csm che troppo spesso non punisce magistrati negligenti o dolosamente colpevoli. Di fronte a tutto questo abbiamo assistito a un deserto di motivazioni».
Il fronte del No sostiene che la riforma aprirebbe a un controllo politico sulla magistratura.
«È una narrazione fatta di fake news. La politica schiaccerà la magistratura, dicono. Ma sono argomenti che appartengono quasi all’esoterismo costituzionale: non trovano alcun fondamento nella realtà. In Costituzione è scritto chiaramente che autonomia e indipendenza della magistratura restano intatte, insieme agli altri pilastri: obbligatorietà dell’azione penale, inamovibilità dei magistrati, tutte le garanzie che circondano l’indipendenza della magistratura».
Lei insiste molto sul testo della Costituzione. Perché è decisivo?
«Perché la Costituzione non parla di rischi o pericoli: parla con chiarezza. E dice che autonomia e indipendenza vanno salvaguardate. Non è un foglio di carta che si strappa: per modificarla servono quattro passaggi parlamentari e un referendum. È una struttura solidissima. Tutto il resto sono suggestioni costruite per spaventare l’opinione pubblica».
Siamo ormai alla fase finale della campagna referendaria. Quale strategia serve in questi ultimi giorni?
«Serve una campagna capillare. Bisogna andare nei centri piccoli, medi, piccolissimi e parlare con le persone. Spiegare con parole semplici le ragioni della riforma. Chi sostiene il Sì deve aiutare i cittadini a diventare a loro volta testimoni della verità: convincere chi è indeciso, invitare tutti ad andare a votare».
In televisione e nel dibattito pubblico quali messaggi devono passare?
«Messaggi chiari e comprensibili. Bisogna evitare i tecnicismi che allontanano i cittadini. La riforma è semplice: quando si entra in un’aula di giustizia bisogna avere davanti un giudice davvero terzo e imparziale. E bisogna avere la certezza che esista un organismo capace di valutare e punire quando i magistrati sbagliano».
Lei ha citato spesso il caso della Calabria per spiegare i problemi dell’attuale sistema.
«La Calabria ha il 3 per cento della popolazione italiana ma assorbe oltre il 30 per cento della spesa per ingiuste detenzioni. È un dato impressionante. Dimostra che nella fase delle indagini preliminari spesso il giudice finisce per essere troppo vicino alla posizione del pubblico ministero. La riforma serve proprio a superare questo squilibrio e a ridurre gli errori giudiziari».
La terzietà del giudice è il cuore della riforma?
«La terzietà è la precondizione della giustizia. Senza un giudice terzo c’è un giudice parziale, e la parzialità è il primo nemico della giustizia. Questa battaglia non è né di destra né di sinistra. È una battaglia di civiltà giuridica».
Nel dibattito politico qualcuno invita a votare No per colpire il governo Meloni.
«È un ragionamento che non sta in piedi. Se qualcuno vuole cambiare il governo, fra un anno ci saranno le elezioni e potrà votare contro. Ma questo referendum riguarda la giustizia, non la sorte dell’esecutivo. Votare No significa lasciare tutto com’è».
C’è poi il tema dei giovani, spesso lontani dal dibattito sulla giustizia. Che cosa dire a loro?
«Direi una cosa molto semplice: chi vota No difende un ordinamento giudiziario che nasce nel 1941, con la riforma voluta dal gerarca fascista Dino Grandi. Quel sistema presupponeva la presunzione di colpevolezza e l’unicità delle carriere. La riforma di oggi completa il percorso iniziato con Vassalli nel 1988 e con il giusto processo del 1999. Supera finalmente quell’impostazione e porta il sistema giudiziario dentro una piena cultura costituzionale».
