MuRo 27
Musulmani per Roma: una società aperta non teme il pluralismo, lo valorizza
A Roma nasce un nuovo soggetto della partecipazione civica. Non un partito, né un movimento organizzato: un gruppo. Si chiama “MuRo 26 – Musulmani per Roma” e dichiara l’intenzione di contribuire alla scelta del prossimo sindaco della Capitale. Detto che il concetto di “muro” non sembra favorire l’idea di una serena convivenza, l’iniziativa, di per sé, rappresenta un fatto politicamente significativo.
Non solo perché introduce una nuova voce nel panorama cittadino, ma perché mette in evidenza un dato spesso sottovalutato: la presenza musulmana in Italia non è più solo una realtà sociale, ma anche un attore che rivendica visibilità e capacità di incidere nella vita pubblica. La rappresentanza delle minoranze, quando si esprime in forme democratiche, può essere un fattore positivo. Favorisce il dialogo, aiuta le istituzioni a comprendere meglio i bisogni delle comunità e contribuisce alla costruzione di una città più inclusiva.
In un contesto complesso come quello romano, dove convivono culture, storie e provenienze diverse, il fatto che un gruppo di cittadini musulmani scelga di organizzarsi per incidere sulle scelte politiche può essere letto come un passo verso una cittadinanza più attiva e consapevole. Tuttavia, ogni processo di partecipazione che nasce da un’identità specifica reca con sé anche interrogativi legittimi. Non tanto – o non solo – riguardo alle intenzioni dichiarate, quanto ai possibili sviluppi nel tempo. L’Europa ha già conosciuto realtà associative che, pur partendo da finalità sociali o culturali, hanno progressivamente assunto posizioni identitarie pronunciate, a volte in contrasto con principi di convivenza liberale, parità di genere, libertà individuali o separazione tra sfera religiosa e istituzioni.
È un rischio teorico, non un’accusa preventiva: ma un dibattito serio impone di considerare tutti gli scenari, senza tabù. Il progetto ha trovato la sua accelerazione nella vittoria di Zohran Mamdani a New York, dando corpo a un’idea che non riguarda soltanto Roma, dove i musulmani sono circa 120 mila, ma l’Italia nel suo complesso. La crescita delle comunità musulmane – in larga parte composte da cittadini perfettamente integrati, lavoratori, studenti, famiglie – richiama alla necessità di definire un nuovo patto di convivenza nel quale identità plurali possano trovare riconoscimento. Però questo patto richiede chiarezza. Non si può evitare di affrontare i temi più sensibili: il rapporto tra legge civile e precetti religiosi, il ruolo delle donne, la gestione dei luoghi di culto, la prevenzione di influenze esterne che possano orientare politicamente realtà nate in Italia. Parlare di questi aspetti non significa cadere nell’islamofobia. Significa, al contrario, rifiutare le semplificazioni.
La strada responsabile sta nella vigilanza senza pregiudizio e nel dialogo senza ingenuità’ Una società aperta non teme il pluralismo: lo valorizza, purché nessuno pretenda di far valere identità particolari al di sopra delle regole comuni. In questo equilibrio si giocherà la partita dei prossimi anni. Roma ha già dimostrato nella sua storia millenaria di saper accogliere diversità profonde. La sfida oggi è farlo senza rinunciare ai propri valori fondanti: democrazia, libertà, pari diritti e responsabilità. Se il nuovo gruppo saprà inserirsi in questo orizzonte, il suo contributo potrà essere un arricchimento. Se invece dovesse coltivare una logica identitaria chiusa, sarà compito della società civile e delle istituzioni riconoscerlo e contrastarlo. L’importante è discuterne ora, apertamente, senza paure e senza etichette frettolose.
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