Il petrolio è di nuovo sexy? Trump dice di sì. L’Opec ha sospeso la riapertura dei rubinetti, dopo un aumento di 2,9 milioni di barili al giorno negli ultimi sei mesi. La pausa si limiterà al primo trimestre 2026. C’è un eccesso di offerta che, per Massimo Nicolazzi, economista e presidente di Isab-Goi Energy, può avere delle ricadute sull’agenda del presidente Usa.

Nicolazzi, che succede? Trump voleva tornare al petrolio. Adesso è troppo però.
«Si sopravvaluta la capacità della politica di prevedere cosa farà al mercato. Il petrolio rispetto agli oltre 100 dollari/barile dell’inizio dello scorso decennio non costa quasi nulla. Negli Usa, il prezzo basso piace ai consumatori, ma rende più costose le perforazioni shale. Ne consegue un potenziale rallentamento della produzione interna».

Perché avviene questo?
«Gli investimenti in un pozzo shale si completano in poche settimane, al massimo qualche mese. Sono perciò sensibili alle variazioni di prezzo nel breve periodo. Ora, tu vai in banca per chiedere un prestito per qualcosa che produci fra tre mesi. Il prezzo di oggi, con un intervallo di tre mesi, diventa il prezzo a cui si presume venderai la produzione. Più basso è il prezzo di oggi e più difficoltà avrai a farti finanziare la perforazione. Al contrario, se il prezzo è alto, hai un margine che ti stimola all’investimento e puoi permetterti di essere un perforatore seriale».

In che senso?
«Chi lavora nello shale è, per così dire, un serial driller. La produzione di un pozzo shale all’inizio è di 100 barili – sto parlando di volumi, non di prezzi – nel giro di dodici mesi si riduce a 30/40. Se vuoi mantenere i volumi di produzione, devi continuare a perforare in sequenza per compensare la ripida decrescita della produzione che ricavi da ogni tuo pozzo».

Mentre l’America è tornata a perforare, l’Ue sta abbandonando il Green Deal. Quale sarà la sua prossima strada?
«Già dal 1975, gli economisti Baumol e Oates, nel loro “The theory of environmental policy”, ci hanno dato le basi teoriche per capire come una politica ambientale, se non prevede compensazioni, generi disuguaglianze».

E così è stato.
«Sì. Però intendiamoci. Fa davvero più caldo. La concentrazione di CO2 in atmosfera è davvero in aumento. Quello che è mancato nelle politiche verdi è la progressività della sostenibilità ambientale in parallelo a quella economica. Non puoi svegliarti un mattino e dire che da domani non si va più a benzina. Devi avere un calendario che rispetti entrambi gli addendi».

Ma questo è possibile all’atto pratico?
«Non sono più sicuro che le cosiddette carbon tax funzionino. Io conosco solo un esperimento virtuoso di tassazione delle emissioni. Nella British Columbia, in Canada, hanno aumentato le accise per redistribuirle in base ai redditi. Tu paghi la benzina a 3 euro, ma se sei povero te ne tornano indietro uno e mezzo (esemplifico). Vai meno in macchina, ma hai i soldi per farti una pizza in più. L’esperimento non ha però avuto effetti travolgenti, e mi pare difficilmente replicabile».

È un modello replicabile in Europa?
«Io non credo che si possa tornare indietro. Il fossile prima o poi devi cambiarlo. Anche se rappresenta ancora l’80% dell’energia mondiale. Ed è vero che la tecnologia migliora, ma quello che costa meno da tirar fuori l’abbiamo già tirato fuori. La decarbonizzazione resta un obiettivo. Ma affinché non faccia saltare il banco, devi crearci intorno consenso sociale».

Così non è stato.
«C’è una linea di posizioni che ha per estremi Timmermans e Trump. Tutto quello che sta in mezzo è meglio degli estremi».

Quindi il petrolio resta o scompare?
«Se ne cambierà l’uso. Negli anni Duemila tremavamo perché il petrolio era quasi finito. Non è andata così. Oggi il petrolio ci esce quasi dalle orecchie. Ma se smettiamo di investire può ancora ritornarci scarso. La capacità di produzione è al momento superiore alla domanda. In Cina negli ultimi mesi il motore elettrico ha superato il termico nelle nuove immatricolazioni, e l’uso del petrolio si concentrerà su trasporti pesanti e soprattutto petrolchimico. Il tutto senza che il prezzo mostri sin qui una significativa dipendenza dalle crisi geopolitiche. Ucraina, Houthi, Trump che fa esperimenti a Caracas. Il petrolio mi costa 64 dollari. Nel 2008, ha sfiorato i 150. Dal 2011 al 2014 ha viaggiato sempre sopra i 100 (nominali). E non risulta che il mondo sia andato in rovina».

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).