Una parte degli italiani scopre la fragilità del proprio territorio solo quando la terra trema o scivola via. L’ultimo caso è quello di Niscemi, un fenomeno geologico di enormi proporzioni, che ha amputato il territorio siciliano, travolgendo un paese.

Eppure, mentre la macchina dello Stato, consapevole delle fragilità territoriali, sta dando prova di efficienza e serietà nella gestione dell’emergenza, assistiamo al solito spettacolo collaterale. La solita ondata catastrofista alimentata da sedicenti esperti, politici e media alla caccia di click.

La pericolosità dell’area non era un mistero. I residenti convivono da decenni con un rischio di instabilità geologica che si estende per gran parte del territorio comunale. Ma si sa, in Italia curare è più conveniente che prevenire. E quindi oggi non stupisce come i media rincorrano la catastrofe, anche strumentalizzando le parole degli addetti ai lavori. Non ultimo quelle, in parte improvvide, del Capo della Protezione Civile, Fabio Ciciliano. Che ha paragonato la frana di Niscemi con quella del Vajont che, malgrado fosse di dimensioni meno estese di quella siciliana, provocò ben 2.000 vittime.

Il paragone è stato travisato dai media in chiave catastrofista, ignorando il dato centrale e positivo: in una situazione di maggiore complessità geologica rispetto a quella di allora, stavolta non ci sono state vittime. Questo grazie a un sistema di monitoraggio e allerta che ha funzionato. Invece di celebrare le vite salvate dalla prevenzione operativa, si preferisce cavalcare la paura, lasciando spazio agli sciacalli di turno, siano essi tecnici che politici.