Giustizia
Non sarà che gli italiani non hanno alcuna simpatia per il garantismo?
Andrea Bitetto, avvocato a cui non mancano dottrina giuridica e acume politico, tra i fondatori del Comitato SìSepara, ragionando sull’esito del referendum ha posto su X una domanda tanto semplice quanto cruciale: non sarà che gli italiani non hanno alcuna sincera inclinazione per il garantismo? Del resto, in larghissima e trasversalissima maggioranza, e dietro il velo di ignoranza delle logiche di schieramento, non sono forse devoti e fanatici spettatori di un circo mediatico giudiziario in cui chi vuole restare fuori dal tendone è considerato una specie di reietto o di traditore della patria? E non sarà che così si spiega il successo del voyerismo giudiziario televisivo, la passione pecoreccia dei nostri connazionali per la pornografia giustizialista, del “meglio un innocente in gabbia che un colpevole fuori”?
La loro furia iconoclasta talvolta non conosce limiti. Poiché considerano i princìpi dello Stato di diritto un optional, basta l’annuncio dell’apertura di un’inchiesta, un rinvio a giudizio, la richiesta di arresto per un esponente della “casta” -ormai, quasi un’entità metafisica- e subito scatta il “Tutti in galera!” urlato da Catenacci. Forse i meno giovani se lo ricordano: era lo straordinario personaggio interpretato da un esilarante Giorgio Bracardi in “Alto gradimento” la leggendaria trasmissione radiofonica degli anni Settanta nata dall’estro di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni. A chi gli obiettava che occorrevano le prove, Catenacci rispondeva: “Manchettefrega?”. Una battuta profetica, che non da oggi rappresenta l’idem sentire di buona parte dell’opinione pubblica, addomesticata dai manipolatori della verità che popolano il mondo della comunicazione.
Morale della favola: la scarsa fortuna delle idee liberali nel nostro paese è tuttora sottoposta alla riserva di Guido De Ruggiero, che considerava il liberalismo italiano soltanto il riflesso di dottrine straniere. Il filosofo napoletano attribuiva la sua debolezza al concorso di molteplici cause. L’etica laica era stata depressa perché l’Italia aveva conosciuto la Controriforma senza la Riforma. La formazione di una cittadinanza nazionale era stata ostacolata dal municipalismo al Nord e dall’asservimento allo straniero nel Sud. La rivoluzione industriale aveva partorito solo in alcune aree una borghesia autonoma e produttiva, ossia un ceto medio capace di patrocinare l’interesse generale (“Storia del liberalismo europeo”, 1925).
Ritardi antichi che servono a spiegare come, non avendo trovato nella società civile un grembo fertile, “il liberalismo italiano abbia maturato in sé stesso una inclinazione al distacco dall’Italia quale è” (Valerio Zanone, “L’età liberale. Democrazia e capitalismo nella società aperta”, Rizzoli, 1997). E che servono altresì a spiegare le ragioni per cui la classe di governo liberale non si sia stabilizzata in un partito costituzionale sul modello britannico; e come negli stessi statisti liberali -fin da Cavour e Giovanni Giolitti- fosse esplicita la consapevolezza di dover nuotare perennemente controcorrente.
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