Politica
Nuova legge elettorale, il governo deve dare spazio alle preferenze
Le leggi elettorali in Italia non sono più regole del gioco: sono diventate strumenti del gioco stesso. Ogni fine legislatura coincide, ormai, con il tentativo della maggioranza di riscrivere le norme a proprio vantaggio, tradendo un principio elementare che altrove resta intatto: le regole non si cambiano mentre si gioca. Nella Prima Repubblica questo limite era rispettato. Non per nostalgia, ma per equilibrio democratico. Allora il sistema proporzionale garantiva una rappresentanza ampia e autentica. Ogni cittadino poteva riconoscersi in un eletto, ogni territorio esprimere una voce. Nessuno sbarramento artificiale, nessuna lista bloccata: il Parlamento era davvero lo specchio del Paese. Era coerente con una Costituzione che pone la democrazia parlamentare su due pilastri chiari: partecipazione diffusa e rappresentanza diretta.
Il Mattarellum, il Porcellum, il Rosatellum e l’Italicum
La frattura arriva nel 1993 con il Mattarellum. Il bipolarismo forzato prende il posto della pluralità, obbligando gli elettori a scegliere spesso “il meno lontano” anziché il più vicino. Da lì in poi è un progressivo svuotamento: il Porcellum introduce liste bloccate e parlamentari nominati; l’Italicum accentua il premio di maggioranza; il Rosatellum, oggi vigente, consolida un sistema misto che continua a sottrarre agli elettori il diritto di scegliere chi li rappresenta. Il nodo vero non è solo la governabilità, spesso evocata come giustificazione. È la rappresentanza. Si discute del premio di maggioranza, ma si ignora un vulnus più profondo: la cancellazione del rapporto tra elettore ed eletto. Senza preferenze, il parlamentare risponde al capo partito, non al territorio. È qui che si consuma lo “scippo” democratico.
Il bipolarismo coatto
Eppure si insiste nel voler cambiare ancora, senza affrontare la questione centrale: un sistema che allontana i cittadini dalle urne e chiude l’accesso alla politica. L’astensione crescente non è un accidente, ma una conseguenza. Il bipolarismo coatto, unito a partiti sempre più personali e meno democratici al loro interno, produce instabilità invece che governabilità. Serve allora riaprire seriamente il dibattito. Non solo sulla legge elettorale, ma anche sull’articolo 49 della Costituzione, rimasto inattuato: i partiti devono tornare a essere luoghi di partecipazione e selezione della classe dirigente, non strumenti di cooptazione. Senza questo passaggio, ogni riforma sarà solo cosmetica. Se non si cambierà, saranno essi il problema più grosso della scarsa governabilità.
Il segnale del referendum
Il segnale del referendum, letto oltre le convenienze di parte, va in questa direzione. Una quota rilevante di quel No, soprattutto tra i giovani, sembra esprimere una sfiducia più profonda: verso un sistema che non offre spazi, che non forma, che non lascia entrare. Canali chiusi, élite autoreferenziali, partecipazione ridotta a rito. Se davvero si vuole rafforzare la democrazia, bisogna restituire agli elettori il potere di scegliere e ai partiti il dovere di aprirsi. Tutto il resto è manutenzione di un meccanismo che non può funzionare.
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