Tra i profili che circolano con più insistenza nel totonomi milanese, una categoria emerge con evidenza crescente: i rettori. Ferruccio Resta del Politecnico, Giovanna Iannantuoni della Bicocca, Marina Brambilla della Statale, Donatella Sciuto ancora del Politecnico. La politica guarda all’università con una frequenza che non è casuale, e le ragioni meritano di essere capite.

In una stagione segnata dalla crisi di fiducia nella politica tradizionale, il rettore incarna una figura di autorevolezza terza: gestisce istituzioni complesse con migliaia di dipendenti e budget considerevoli, intreccia reti internazionali, lavora ogni giorno a contatto con i giovani che vivono il disagio degli affitti e del costo della vita. Non è una novità assoluta per Milano, che ha una tradizione consolidata nel valorizzare il profilo tecnico-manageriale: Albertini veniva dal management privato, Sala da Expo. La città conosce questo schema e lo ha già premiato. I precedenti non mancano neppure altrove. Alberto Felice De Toni, già rettore dell’Università di Udine, è diventato sindaco della sua città nel 2023 con il centrosinistra. Gaetano Manfredi, rettore della Federico II, è transitato per il ministero dell’Università prima di guidare Napoli. Risalendo nel tempo, Gino Cassinis guidò il Politecnico di Milano e poi il Comune negli anni Sessanta. Come e con quali risultati dipende ogni volta dalle circostanze specifiche.

Le difficoltà tuttavia esistono e vanno dette con altrettanta chiarezza. Governare un ateneo non equivale a governare un comune: il sindaco gestisce conflitti politici quotidiani, campagne elettorali, mediazioni tra interessi contrapposti che non ammettono la distanza olimpica del rettore. La governance universitaria, per quanto complessa, ha tempi e regole diverse. E soprattutto la campagna elettorale è un banco di prova spietato, che richiede esposizione prolungata, attitudine al conflitto, resistenza a pressioni di ogni tipo. Non a caso molti nomi accademici, quando la candidatura da ipotetica diventa concreta, scelgono un passo indietro. Il rischio è sprecare una risorsa preziosa bruciando i profili prima del tempo. La sfida reale è costruire le condizioni affinché l’autorevolezza accademica possa misurarsi con l’arena politica senza esserne consumata.