Olimpiadi, l’Italia canta il nuovo inno senza “Sì” finale. Sarà mica una trovata per il referendum?

Stefania Costantini e Amos Mosaner of Italy compete with Estonia during the mixed doubles round robin phase of the curling competition at the 2026 Winter Olympics, in Cortina d'Ampezzo, Italy, Friday, Feb. 6, 2026. (AP Photo/Misper Apawu)

All’Olimpiade invernale di Milano-Cortina, dal 6 al 22 febbraio, verranno assegnate 245 medaglie d’oro; mentre dal 6 al 15 marzo altre 137 medaglie d’oro saranno appese al collo degli atleti per i Giochi paralimpici. Questo significa che per 382 volte vedremo le cerimonie di premiazione. A Pechino gli atleti italiani sul podio più alto sono stati 4: due ai giochi olimpici e due ai giochi paralimpici. Per quattro volte è risuonato l’inno nazionale. E, da oggi, speriamo di riascoltarlo per molte altre volte.

Sarà la prima occasione istituzionale in cui l’inno di Mameli verrà suonato e cantato secondo la nuova versione definita da un decreto del Presidente della Repubblica lo scorso mese di marzo, ma di cui si è saputo solo nei giorni prima di Natale. Il decreto presidenziale è stato diramato dallo Stato Maggiore della Difesa a tutti i Comandi delle Forze Armate, con le necessarie istruzioni operative. Così come a tutti i comitati sportivi nazionali e internazionali, che organizzano eventi in cui si procede a premiazioni con tanto di inno di Mameli.

Che cosa è cambiato? Scompare il “sì” finale, che veniva pronunciato con veemenza ed enfasi al termine del ritornello ripetuto due volte: “Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte”. Punto, basta così. Negli stadi, nelle manifestazioni pubbliche, persino in alcune cerimonie locali, il “sì” continuava a essere pronunciato, anche se quel “sì” non c’era nel testo originario compilato da Goffredo Mameli. In verità nella prima stesura musicale di Michele Novaro – autore della melodia – già compare questa aggiunta. Era una consuetudine orale, nata, molto probabilmente nelle bande musicali dell’Ottocento che lo suonavano, per dare enfasi alla chiusura con una espressione rafforzativa dei concetti patriottici.

Ai tempi nostri, per anni, l’inno di Mameli veniva suonato quasi a “bocche chiuse”, anche se non si trattava di un coro della Madama Butterfly. Il testo è stato snobbato per decenni, come simbolo di un patriottismo ottocentesco sgradito negli anni del Sessantotto e nella cultura della sinistra italiana. Molti furono coloro che avrebbero voluto sostituire il “Canto degli italiani”: questo è il nome ufficiale dell’inno di Mameli-Novaro, adottato come inno provvisorio dalla Repubblica Italiana, dal 1946. Contro questa ostilità si spese soprattutto Carlo Azeglio Ciampi (al Quirinale dal 1999 al 2006), che rilanciò l’abitudine del canto collettivo dell’inno, sostenendo “che, quando lo ascolti sull’attenti, ti fa vibrare dentro; è un canto di libertà di un popolo che, unito, risorge dopo secoli di divisioni, di umiliazioni”. Fu una vera e propria campagna a favore della riscoperta dell’inno. Anche sull’onda di questa nuova abitudine – che si rivede, ogni volta che nel mondo dello sport si fa ricorso all’inno nazionale – nel 2017 l’inno di Mameli venne riconosciuto definitivamente quale inno nazionale della Repubblica.

In questo contesto, la modifica approvata dal presidente Sergio Mattarella – che ha cancellato il “sì” finale – ha provocato qualche polemica, come al solito. E alla spiegazione “filologica” (l’intenzione di ripristinare il testo originale) si è aggiunta una spiegazione “simbolica” e una “politica”: troppa enfasi marziale e troppo “sovranismo”, in quel “sì”. Un colpo al cerchio (sì al riarmo) e uno alla botte (no all’enfasi militaresca). Ma c’è un’ulteriore spiegazione per la cancellazione, per tempo, del fatidico “sì”? Forse, a pensar male. L’avevo presa larga, all’inizio, partendo dalle Olimpiadi di Milano-Cortina, che hanno la ventura di svolgersi in piena campagna referendaria, per l’approvazione o meno della riforma costituzionale sulla Giustizia. Si sa che al quesito sulla scheda si chiede di rispondere con un “sì” o con un “no”. Appunto, “sì”. Ma se si canta l’inno non lo si può dire. Preveggenza del Quirinale? Viene in sostegno la frase di Giulio Andreotti: “A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”.