Ci siamo chiesti, nelle scorse settimane, cosa resterà al Veneto delle Olimpiadi di Cortina una volta spenti i riflettori e smontate le tribune. È la domanda che accompagna ogni grande evento: l’eredità, il lascito, ciò che rimane quando la festa è finita. Ma forse la domanda va posta in termini più ambiziosi. Non solo cosa resta, ma cosa può nascere. Non solo l’indotto, ma il progetto.

Venezia, in questo senso, rappresenta il banco di prova più esigente e insieme più promettente. Città che da decenni attrae il mondo intero, che ospita eventi di risonanza planetaria, dalla Biennale alla Mostra del Cinema, dalle sfilate dell’alta moda ai saloni dell’artigianato d’eccellenza. Eppure proprio Venezia ha scontato più di ogni altra il rischio di restare splendido fondale, scenografia per eventi che portano visitatori e poi se ne vanno, lasciando poco o nulla nelle tasche e nelle competenze di chi la abita.

La sfida oggi è un’altra: trasformare il palcoscenico in laboratorio. Fare in modo che gli eventi non siano solo vetrina, ma innesco di filiere produttive, attrattore di imprese, generatore di lavoro qualificato. Non è utopia. È, semmai, ritorno alle origini. Venezia è stata per secoli esattamente questo: città di mercanti e inventori, di tipografi e armatori, di diplomatici e sperimentatori. Una repubblica che guardava al mondo senza timidezze, che accoglieva stranieri e idee nuove, che faceva dell’innovazione la propria ragion d’essere. Ridurla a museo è tradirne la storia. Restituirle un ruolo di protagonista nella produzione di cultura, tecnologia, impresa significa invece onorarne l’identità più profonda. La più antica città del futuro, come ama definirsi oggi. A patto di crederci davvero.

Spritz

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