Omicidio bianco nello stabilimento siderurgico di Taranto. Gli ultimi incidenti mortali tra i dipendenti diretti risalgono al 2012 e al 2015; negli anni successivi altri infortuni letali hanno colpito anche gli operai dell’indotto. Un dato, questo, che rimanda sempre allo stesso nodo irrisolto: la sicurezza sul lavoro, progressivamente sacrificata insieme alla manutenzione degli impianti sull’altare di una politica di contenimento finanziario. Produzione in calo, interventi economici una tantum utilizzati quasi esclusivamente per garantire stipendi e salari, mentre gli investimenti strutturali venivano rinviati sine die.

Il 2026 si è aperto con la morte di un operaio impegnato in un intervento al convertitore 3 dell’Acciaieria 2, l’unica attualmente in attività, alimentata dall’Altoforno 4. L’uomo stava lavorando su una pedana di legno quando è precipitato da un’altezza considerevole. La dinamica dell’incidente è ancora in fase di accertamento. Il commissario straordinario, l’ingegner Giancarlo Quaranta, tecnico esperto e profondo conoscitore dello stabilimento, ha avviato le verifiche del caso. Resta però un elemento che colpisce e inquieta: il grigliato metallico sottoposto a manutenzione era stato sostituito da una pedana in legno, una soluzione anomala e difficilmente comprensibile in un impianto siderurgico.

L’Altoforno 4, unico in funzione, produce circa due milioni di tonnellate annue, un livello largamente insufficiente per quello che è stato il più grande stabilimento siderurgico a ciclo integrale d’Europa. Tutti gli altri altiforni sono fermi da anni, ad eccezione dell’Afo 1, rimesso in marcia lo scorso anno con una cerimonia solenne alla presenza del ministro Adolfo Urso. Nel giro di pochi mesi, però, l’impianto è stato interessato da un grave incendio ed è finito sotto sequestro giudiziario, come del resto l’intera area a caldo. Per evitare la chiusura totale dello stabilimento e il collasso occupazionale, la Procura di Taranto ha consentito la prosecuzione limitata delle attività, una decisione che fotografa tutta la drammaticità del compromesso tra lavoro, sicurezza e legalità.

Quella dell’ex Ilva è una lunga storia di deindustrializzazione che inizia nel 2012 con l’estromissione della famiglia Riva, accusata di disastro ambientale per l’inquinamento prodotto dallo stabilimento, con effetti sanitari devastanti soprattutto nel rione Tamburi e nel comune di Statte. Emilio Riva aveva acquisito l’Ilva dallo Stato a prezzi irrisori; la privatizzazione non ha salvato la siderurgia né ha evitato una crisi ambientale tale da determinare l’intervento pesante della magistratura con l’inchiesta “Ambiente svenduto”.

Il processo, trasferito da Taranto a Potenza, si è concluso con l’annullamento della sentenza di primo grado per vizi procedurali: secondo la Corte d’Appello di Taranto, il giudizio non avrebbe dovuto neppure iniziare, poiché due magistrati onorari costituitisi parte civile erano in servizio al momento dei fatti contestati. Da allora sullo stabilimento sembra essersi abbattuta una sorta di maledizione, che oggi riaffiora nel momento in cui il Flacks Group ha presentato un’offerta ritenuta migliore rispetto a quella della concorrente Bedrock Industries per l’acquisizione di Acciaierie d’Italia e di Ilva. Sul futuro della siderurgia pubblica è intervenuta anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, affermando nella conferenza stampa di inizio anno: «Si è aperta una fase di negoziazione, ma non ci saranno impegni vincolanti del governo finché non arriveranno risposte chiare su un solido piano industriale, sull’occupazione e sulla sicurezza ambientale».

Le parole sono pietre, si dice. Ma troppe volte, a Taranto, si sono sbriciolate con il passare del tempo perché non sorga, legittimo, il dubbio. La morte dell’operaio non è una tragica fatalità: è il prodotto di una crisi industriale protratta, di scelte rinviate, di un acciaio pubblico sospeso tra commissariamenti, sequestri e promesse. Finché la sicurezza resterà una variabile dipendente e non un presupposto non negoziabile, ogni piano industriale rischierà di nascere già macchiato di sangue.