La strategia digitale europea entra in una fase di revisione profonda, tra nuove regole sulle reti, infrastrutture cloud e governance dell’intelligenza artificiale. Alessio Butti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione tecnologica, chiarisce la posizione dell’Italia sui dossier chiave – dal Digital Networks Act all’AI Act, fino alla sovranità digitale – e sulle scelte regolatorie che potrebbero ridisegnare equilibri industriali, investimenti e competitività del mercato digitale europeo.

L’ecosistema digitale oggi include reti, cloud, data center e nuove tecnologie come il quantum computing. OTT e telco hanno ruoli diversi ma complementari per raggiungere gli obiettivi di digitalizzazione. Ferma restando l’opportunità offerta dal Digital Networks Act di rivedere il quadro normativo, è realistico, o utile, pensare a un’equiparazione regolatoria tra OTT e operatori telco?
«L’ecosistema digitale è ormai una filiera strettamente integrata, dove reti, cloud, data center, edge e nuove tecnologie sono complementari e si sostengono a vicenda. Ma non è realistico né utile immaginare un’“equiparazione automatica” tra OTT e operatori telco: i modelli industriali, gli obblighi di servizio, i profili di investimento e le responsabilità ex ante non sono sovrapponibili.
È invece utile perseguire un principio più moderno: ridurre le asimmetrie dove creano distorsioni e applicare regole coerenti “a parità di attività”, soprattutto su sicurezza, resilienza, trasparenza e tutela degli utenti. Il Digital Networks Act può essere l’occasione per aggiornare il quadro europeo con pragmatismo, evitando scorciatoie che rischierebbero di frenare investimenti e innovazione».

La proposta di Digital Network Act introduce un meccanismo di conciliazione volontaria per dirimere questioni tecniche e commerciali tra operatori telco tradizionali e i nuovi attori digitali, tra cui gli OTT, che riaccende il dibattito sulla network fee. Qual è la posizione dell’Italia sul DNA con particolare riferimento al meccanismo di conciliazione volontaria e sul dibattito relativo alla network fee?
«Sul Digital Networks Act l’Italia guarda con favore a strumenti che aumentino certezza regolatoria e riducano contenziosi, purché siano chiari nel perimetro e nella governance. In particolare, il DNA introduce un sistema di linee guida del BEREC per facilitare la cooperazione tra aziende, precisando che su tali materie sono esclusi contenziosi di interconnessione. Vi è inoltre un meccanismo di conciliazione volontaria che potrà avere utilità pratica se resterà davvero volontario, con tempi certi, neutralità, supervisione proporzionata e senza trasformarsi in una nuova fonte di incertezza.
Sul dibattito della cosiddetta “network fee” la posizione che ritengo più solida è evitare automatismi o backdoor regolatorie: occorre un approccio basato su evidenze, compatibile con concorrenza e internet aperta, e orientato a far crescere gli investimenti nelle reti, così come nei settori contigui, senza introdurre obblighi impropri. La priorità è una cornice europea che incentivi accordi commerciali trasparenti e risoluzione efficace delle dispute, non un terreno di scontro permanente».

Reti ad altissima capacità e servizi sempre più data-intensive rendono centrali cloud, AI ed edge computing per qualità, sicurezza e resilienza dell’ecosistema digitale, per cittadini, imprese, PA. Quale ruolo attribuisce a queste infrastrutture nel sistema Paese e quali principi dovrebbero guidarne l’inquadramento regolatorio in vista del Cloud and AI Development Act?
«Infrastrutture come cloud, data center, edge e capacità di calcolo per l’AI sono oggi asset strategici: incidono sulla qualità dei servizi, sulla continuità operativa della PA e delle imprese, e sulla sicurezza nazionale. La direzione europea, anche in vista del Cloud and AI Development Act, punta ad aumentare la capacità data center e a rendere più rapido e prevedibile il permitting, con criteri di sostenibilità e innovazione misurabili.
Dal nostro punto di vista, il quadro regolatorio dovrebbe tenere insieme quattro esigenze: sicurezza e resilienza by design, interoperabilità e portabilità per ridurre lock-in, regole chiare sulla supply chain e una semplificazione amministrativa che premi i progetti migliori. In breve: servono regole che abilitano, non che rallentano, e controlli che siano verificabili e non meramente formali».
Riprendendo la linea da Lei indicata sul Digital Omnibus, definito come un “tagliando” per rendere le regole più attuabili, quali interventi considera prioritari per semplificare l’attuazione dell’AI Act, ridurre la frammentazione tra Stati membri e favorire investimenti e innovazione?
«Quando parlo di “tagliando” regolatorio, intendo rendere l’attuazione dell’AI Act più lineare e meno frammentata, senza abbassare le tutele. La proposta di Digital Omnibus on AI del 19 novembre 2025 va letta in questa chiave: intervenire in modo mirato sui punti che rischiano di generare incertezza applicativa, sovrapposizioni e 27 interpretazioni diverse. Le priorità, a mio avviso, sono: standard e linee guida europee tempestive e univoche, coordinamento reale tra autorità, strumenti pratici per PMI (template, sandbox, percorsi di conformità proporzionati) e chiarimenti sui confini con altre normative digitali.
È essenziale che la semplificazione non diventi deregolazione: l’obiettivo è creare un terreno più fertile per investimenti e innovazione, mantenendo fiducia e sicurezza come condizioni di mercato, non come ostacoli».

Sotto la sua guida l’Italia è entrata nell’European Digital Infrastructure Consortium, strumento pensato per sviluppare infrastrutture digitali europee condivise e rafforzare la sovranità tecnologica. Parallelamente, operatori globali stanno lanciando soluzioni con governance, dati e operatività collocati nell’UE. In che modo queste iniziative possono integrarsi e rafforzarsi reciprocamente?
«Gli EDIC sono uno strumento concreto per passare dai piloti a infrastrutture europee condivise, con governance stabile e capacità di investimento congiunto tra Stati membri. In parallelo, è positivo che anche operatori globali propongano soluzioni con governance, dati e operatività collocati nell’Unione: se ben inquadrate, queste iniziative possono accelerare capacità industriale e time-to-market.
L’integrazione virtuosa sta nel definire “regole del gioco” europee su interoperabilità, portabilità, auditabilità e controllo operativo, così che il contributo dei grandi player rafforzi – e non sostituisca – la costruzione di asset comuni europei. L’esperienza del Digital Commons EDIC, avviato anche con la partecipazione italiana, va esattamente in questa direzione: cooperazione europea, infrastrutture condivise, e sovranità esercitata nella pratica».

Il caso OVHcloud, con la richiesta di trasmissione dati avanzata dalle autorità canadesi sulla base della presenza di una controllata nel Paese, apre una riflessione sull’impostazione europea della sovranità digitale, ancora largamente fondata sulla nazionalità del fornitore. In un’economia digitale globalizzata, quali aspetti ritiene oggi prioritari per perseguire una reale sovranità digitale?
«Il caso OVHcloud evidenzia un punto rilevante: la sovranità digitale non può essere fondata solo sulla “nazionalità del fornitore” o sulla mera residenza fisica dei dati, perché contano anche catene societarie e perimetri giurisdizionali che possono attivare richieste extraterritoriali. In un’economia digitalizzata e globalizzata, la priorità diventa una sovranità misurabile su controllo e verificabilità: chi controlla le chiavi di cifratura, quali sono i presìdi tecnici, quali audit sono possibili, quali vincoli legali si attivano e quali rimedi effettivi esistono in caso di conflitto di leggi. Serve poi sovranità operativa: processi, capacità di risposta agli incidenti, trasparenza sulla supply chain e condizioni di uscita realistiche, perché la dipendenza si riduce anche progettando portabilità e continuità. Infine, l’autonomia tecnologica, cioè la capacità di essere “fabbrica” di tecnologia, e non solo mercato per altri. In sintesi, la sovranità reale è un insieme di garanzie tecniche, operative e giuridiche, non un’etichetta».

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Laureata in Lettere Moderne all'Università degli Studi di Napoli Federico II con una tesi in Linguistica generale, dal 2021 collabora con la Fondazione Ottimisti&Razionali, in qualità di Flow Strategist, occupandosi anche di organizzazione di eventi, ufficio stampa e scrittura di articoli su energia, digitale, comunicazione. Nel 2023 ha svolto attività di ufficio stampa e segreteria per un candidato presidente alle elezioni regionali in Lazio. Attualmente è Public Affairs & Communication Consultant per Reframe e redattrice de il Riformista.