Un vertice decisivo quello di Doha non solo per il futuro di Gaza e dei gazawi ma anche più in generale per stabilizzare l’intera area e togliere munizioni a chi spinge “ideologicamente” sul perdurare di un conflitto oramai endemico. Una tregua sempre fragile e piena di sospetti soprattutto per chi teme (non a torto) che Hamas e sodali ne stiano approfittando per riorganizzarsi e per poi riprendere la guerra ad oltranza contro Israele. Del resto è difficile costruire una pace se una delle due parti non riconosce il diritto all’altra di esistere.
E pur si muove qualcosa. E di fatti il compito del vertice è proprio quello (si spera) di puntellare i dettagli, perché è lì che si insinua il pericolo maggiore, ed è lì che spesso le iniziative internazionali falliscono o vengono annichilite nei fatti. Si pensi al caso della missione Unifil al confine tra Libano e Israele, dove Hezbollah ha saputo approfittare dell’ambiguità delle regole d’ingaggio che frenano e limitano il contingente internazionale producendo quel novero di frustrazioni che può risultare letale per un radicamento del processo di pace.
Non dobbiamo dimenticare che non pochi sono quelli che scommettono sul fallimento del processo e su una debacle dell’Occidente e dei suoi alleati nell’area. Tutti hanno molto da guadagnare dalla pace, ma tanti perderebbero il loro “potere” come l’Iran che è in ginocchio ma non è spezzato, e così anche l’intera piovra messa in campo dalla strategia del regime degli ayatollah. Senza dimenticare il ruolo della Turchia, la cui politica seppur palesemente neo ottomana è ammantata da un velo di totale ambiguità che non può che mantenere gli alleati sul chi va là. Inutile rammentare che la Turchia di oggi non è quella di Atatürk e del kemalismo politico, ma quella di Erdogan e dell’islamizzazione in abiti occidentali. Tutti elementi dei quali tenere conto per evitare sorprese. Anche se il tasto più rischioso resta quello delle forze di intervento internazionale dove un esponenziale numero turco in confronto alle forze occidentali e arabe potrebbe causare dissidi tanto sui compiti, quanto sulle regole d’ingaggio. Disarmare Hamas, Jihad islamica e gruppuscoli scissionisti che sorgeranno non sarà infatti una procedura semplice, e il modello IRA è più facile da ipotizzare sulla carta che da realizzare sul campo.
Così come Israele sarà chiamata a sopportare qualche punzecchiatura per far franare il tutto e allo stesso tempo dovrà contenere le pulsioni dei coloni in Cisgiordania. Lo stesso Donald Trump fa all-in e l’irritazione di Witkoff e Kushner per l’attacco israeliano a Gaza fa capire la sottile linea sulla quale le trattive si muovono. Quello che conta per un vero esito positivo e che le decisioni siano chiare e nette e che nulla venga lasciato al caso o, più realisticamente, sacrificato per raggiungere più rapidamente un compromesso.
