La chance del summit Trump-Putin a Budapest sono appese a un filo. È probabile che a tagliarlo sarà la Russia. Il Cremlino sta ponendo delle condizioni-paletto, in modo da renderlo sempre meno realizzabile. Primo Diktat il rifiuto del cessate il fuoco. Mosca teme che la sospensione delle ostilità, con le attuali posizioni al fronte, diventi poi un punto di non ritorno. D’altra parte, è questa la proposta di Trump. La guerra dovrebbe essere congelata con il “78 percento”, a suo dire, del Donbass in mani russe. Putin non si accontenta, però. Vuole chiudere la partita prima dell’inverno. Avere in mano tutta la regione significa sedersi al tavolo della pace da vincitore. E poi uscirne pensando già a quale altra operazione speciale aprire, sicuro che il debole Occidente gli lasci mano libera.

A questo proposito, merita riprendere l’ultima infografica di Katapult, periodico tedesco convinto che l’Ucraina dovrebbe recuperare tutte le sue terre, compresi Donbass e Crimea, senza cedere nulla “per accordo conto terzi”. Nella sua rappresentazione, viene confrontata la parte di Ucraina conquistata dai russi con un’analoga porzione di territorio di altri Paesi. Per l’Italia, è come se avessero invaso tutte le regioni settentrionali. Su Budapest pesa poi la porta chiusa all’Europa.

Il portavoce del Cremlino Peskov ha detto che la presenza dell’Ue non è per ora oggetto di discussione. Nel caso lo fosse, è probabile che la risposta sarebbe: “C’è Orban che garantisce per voi”. Illusorio pensarlo, ingenuo crederlo. Meglio allora dare ascolto alle posizioni sì da falco, ma più genuine, di Sergej Naryškin. Il capo dell’Intelligence estera russa ha accusato Ue e Nato di essere sul sentiero di guerra con Mosca: «È stato avviato un processo di aumento multiplo della produzione di prodotti militari nei Paesi europei. Vengono regolarmente svolti esercizi di mobilitazione e si intensifica la campagna di propaganda sulla presunta inevitabile aggressione da parte del nostro governo».

Bruxelles non contempla manovre di attacco, ma solo di difesa. Quindi ha tutto il diritto di esercitarsi. Del resto, se il vertice dovesse andare in porto, entrambe le parti preferiscono spartirsene equamente il successo. In un negoziato di pace, da cui il primo escluso è il governo del Paese invaso, tenere lontani i volenterosi alleati di quest’ultimo è un must. È allora probabile che abbia ragione il Financial Times, che ieri prospettava un summit declassato al livello dei rispettivi ministri degli esteri. Comunque a Budapest, ma a vedersi il 30 ottobre sarebbero Lavrov e Putin. D’altra parte, l’Europa fa quadrato intorno a quello che considera il suo difensore sulla frontiera orientale. Con una dichiarazione congiunta, Volodymyr Zelensky, i vertici Ue e i leader europei della coalizione dei volenterosi – tra gli altri Meloni, Macron, Merz, Rutte e Starmer – si sono rivolti alla Casa Bianca supportando “la posizione del presidente Trump secondo cui i combattimenti devono cessare immediatamente e l’attuale linea di contatto deve costituire il punto di partenza dei negoziati”.

L’offerta di Washington non è la migliore, ma non si può ottenere altro. Troppe le giravolte nel presidente Usa per chiedergli di alzare la posta in favore di Kyiv. Ecco perché l’intenzione europea è di andare avanti anche sui propri canali. Se Budapest dovesse fallire o addirittura non esserci, sono pronti un nuovo giro di vite di sanzioni e altri finanziamenti – prelevati dai conti russi – a sostegno delle forze ucraine.
Domani, al Consiglio europeo è atteso Zelensky, che poi volerà a Londra venerdì. Senza Orban impegnato a Budapest – ma tu guarda che scherzi! – per le celebrazioni della rivoluzione del 1956, ci si augura che il Consiglio sarà proficuo. Dopo aver rinunciato a tutto il gas russo, l’Europa è disposta a dar prova della sua forza economica. A la guerre comme à la guerre. L’alternativa? Farsi prendere dal panico, come sta succedendo nelle cancellerie dei Paesi baltici, che già si vedono nel menu del prossimo pranzo del Cremlino. Forse non hanno tutti i torti.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).