La visita di Orbán a Mosca venerdì era programmata da tempo, ma è tornata perfetta a Putin per confermare quanto detto a Biskek in merito al piano di pace per l’Ucraina. A onor del vero, il presidente russo è bastato mostrare al suo fianco il suo fido alleato ungherese per confermare le debolezze dell’Occidente. L’Europa divisa e che subisce la fine di una guerra per la quale si è spesa in prima persona. Trump che ha approfittato del weekend lungo del Ringraziamento per non tornare sugli ultimi scivoloni della sua amministrazione.

Tutto questo, visto dalla prospettiva ucraina, non è rassicurante. Alla delegazione Usa attesa a Mosca la prossima settimana, è plausibile pensare che Putin e Lavrov daranno in mano un accordo di pace blindato. A quel punto Zelensky avrà due opzioni. Accettare e così firmare la resa, rifiutare e allora andare avanti da solo. Le risorse europee non bastano per fronteggiare Mosca. Tanto più che c’è l’Ungheria. Già, in tutto questo, qual è il ruolo di Orbán? Tema ufficiale della sua visita in Russia era la ripresa delle forniture energetiche dopo che Trump l’aveva esentato dalle sanzioni che adesso pesano sui colossi Oil & Gas di Mosca. Dall’inizio del 2022, Orbán e Putin si sono incontrati più volte. In tutti i casi, la motivazione ufficiale dei summit era cercare una via di pace alla guerra. Stessa finalità avrebbe dovuto avere il summit di Budapest Putin-Trump, alla fine di ottobre, se il primo non l’avesse fatto saltare.

L’Ungheria ha delle rivendicazioni sull’Ucraina. L’Oblast della Transcarpazia è abitato da una comunità magiara. Vecchio retaggio dell’impero asburgico. Orbán non ha mai nascosto l’ambizione di rivedere i confini, come già era stato fatto durante la seconda guerra mondiale. C’è chi potrebbe ironizzare sul fatto che al tempo fu Hitler a fare un favore agli ungheresi, adesso spetterebbe a Putin. Nell’immaginario del leader di Fidesz, c’è da ricostruire una “grande Ungheria”. E visto che per Mosca l’Ucraina è uno stato illegittimo e definito a tavolino, quindi di facile spartizione, Orbán deve aver pensato che sia questo il momento giusto per battere cassa al regime per il quale sta facendo propaganda in Unione europea da ben prima della guerra. Ci sarà ben un motivo infatti per cui, già nel 2021, il Partito popolare europeo mise alla porta Fidesz? O addirittura nel 2018, quanto il Parlamento europeo chiese di avviare la procedura per sospendere i diritti derivanti dall’adesione all’Ue all’Ungheria, a causa di continue violazioni dei valori europei? Oggi quelle contromisure sono tornate attuali.

A Strasburgo, è stata votato con ampia maggioranza il secondo rapporto intermedio sull’erosione dello stato di diritto in Ungheria, evidenziando un quadro definito preoccupante per i valori democratici dell’Unione. Gli eurodeputati tornano a chiedere l’attivazione dell’articolo 7 del Trattato Ue, che può portare alla sospensione dei diritti di voto di un Paese membro. Già in passato però, le sanzioni si sono arenate per volontà degli stessi vertici di Bruxelles. Consiglio e commissione, per intenderci, riconoscono in Budapest un regime ibrido di autocrazia elettorale, ma preferiscono non forzare la mano.

L’indecisionismo europeo si scontra inoltre contro la solidità del partenariato Budapest-Mosca. Un’alleanza che va oltre le velleità di Orbán di spostare frontiere alla maniera di un arciduca di epoche passate. Nella guerra ibrida che Mosca sta combattendo in parallelo a quella convenzionale in Ucraina, l’Ungheria è un fronte di prima linea. Péter Magyar, il leader del primo partito di opposizione Tisza, ha più volte denunciato casi di cyber attack, e fake news generate dall’Ai riconducibili ai servizi russi. A sua volta, Kyiv ha intercettato agenti ungheresi sul suo territorio. Lo stesso sarebbe successo perfino a Bruxelles. Ad aprile in Ungheria si terranno le elezioni. Orbán non è sicuro di vincerle ed è andato a chiedere aiuto a chi può muoversi nell’ombra.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).