Erano i frugali, gli scettici, gli euro-fustigatori. Oggi gli olandesi potrebbero trainare un’Europa che si risolleva e si dà un futuro.
Governo caduto a giugno, terze elezioni in quattro anni, le finanze in ordine ma il paese no. Ci si aspettava che i partiti europeisti fossero travolti dall’onda lunga della destra sovranista, amica del giaguaro russo. Invece, i liberal-riformisti di Rob Jetten triplicano i voti e fermano il populista Geert Wilders.

Tre mesi fa, il leader dell’ultradestra aveva buttato all’aria il suo governo di coalizione per prendersi tutto. Ora ha perso tutto, voti e governo. Jetten usa parole forti: “Milioni di olandesi hanno detto addio a una politica di negatività, dell’odio, del ‘non si può fare’”. Al netto della propaganda, il risultato olandese è un avvertimento e insieme un’occasione. L’avvertimento è a chi, da Budapest ad Afd, da Vox fino a Salvini, continua a scommettere sulla disgregazione, accarezzando calcoli elettorali e interessi extraeuropei cui fa gioco un continente debole e diviso. L’occasione, invece, è per chi crede in un approccio nuovo, non più scontato, liturgico e arrendevole. Forse per la prima volta, non ha prevalso l’arroccato europeismo di maniera, alimentato dai manuali del politicamente corretto e dalle commemorazioni di Ventotene. Ha vinto qualcosa di più ruvido e concreto: l’intuizione collettiva che il vero salto nel vuoto era a destra, nella retorica del “niente armi all’Ucraina e niente soldi al Sud Europa”, nel fronte abile a soffiare sul fuoco dell’immigrazione e in odore di hacker russi di complemento.

Il caos della destra arruffapopoli è stato percepito dagli elettori come molto più pericoloso della scommessa dell’Unione. E magari le darà la forza per cambiare passo, iniziando con l’impedire di paralizzarla a chi, come Viktor Orban, mira a distruggerla. In Olanda, quindi, nessuna svolta romantica. Il clima è più vicino a Maastricht che ad Altiero Spinelli. Ma qualcosa è successo: un’area sociale produttiva e colta – ma non elitaria – ha capito che l’alternativa al federalismo flessibile dell’Unione è il baratro. L’ha fatto spinta più dalla paura di un collasso che dall’entusiasmo per un’utopia. Ma l’ha fatto, premiando chi ha parlato di Europa in modo utile, pratico, urgente: energia, casa, sicurezza, difesa europea.

E qui emerge la lezione che vale anche per l’Italia e gli altri volenterosi sparsi per il continente: quando l’Europa non si scusa di esistere ma si mette in gioco, vince. O almeno non consegna il governo a chi vuole isolarlo dall’Occidente. Quando si ispira ad un federalismo pragmatico sul modello Draghi, scopre che gli avversari sono a corto di benzina narrativa. Raccontare che tutto è colpa dell’UE non funziona più, se dall’altra parte qualcuno riesce a spiegare che una nuova Unione, fuori dalla burocrazia e capace di decidere, non difende sé stessa ma le bollette, la moneta, la pace, la libertà di tutti.