Il monito di Friedrich Merz è stato chiaro. Secondo il cancelliere tedesco, alcuni passaggi della nuova strategia promulgata da Donald Trump sono “inaccettabili” e costringono l’Europa e la Germania a progettare un’indipendenza strategica sempre più netta. Ne abbiamo parlato con Paolo Valentino, storica firma del Corriere della Sera e che ha seguito le evoluzioni della politica mondiale da Berlino, Bruxelles, Mosca e Washington.
È una Germania che vuole riprendere la guida dell’Ue?
«Non c’è dubbio che Merz punti a questo. In campagna elettorale lo aveva detto chiaramente, in risposta agli anni di Olaf Scholz in cui Berlino è rimasta ferma e ha rinunciato ad avere qualsiasi funzione di leadership, ripiegata su sé stessa da una coalizione troppo litigiosa e che impediva di avere delle posizioni chiare in Europa».
È cambiato qualcosa negli ultimi mesi?
«Si, in questa voglia di leadership Merz è mancato per un po’ di tempo. Non dimentichiamo che nell’accordo sui dazi, in cui alla fine l’Europa si è sostanzialmente sottomessa alla volontà americana, la cautela della Germania (in questo senso convergente anche con le posizioni del governo italiano) ha frenato la Commissione e ha portato a quell’accordo umiliante con i dazi del 15%».
Cosa ha rivelato quell’intesa?
«Ci siamo illusi che con quell’accordo avremmo placato gli appetiti predatori di Trump, invece non è stato così. Trump adesso sta facendo ulteriori pressioni perché vuole che l’Europa dia per esempio mano libera ai giganti del web. Quel tentativo di appeasement è fallito, quindi bisogna salutare questa nuova uscita di Merz nella speranza che questa volta sia un po’ più coerente».

Perché il nuovo documento strategico americano preoccupa Merz?
«Non c’è dubbio che questo paper certifichi un fatto preciso: questi Stati Uniti hanno bruciato ormai i ponti della solidarietà atlantica, vedono il mondo come un insieme sfere di influenza ma soprattutto, e questa è la cosa più grave, considerano l’Europa non più un alleato ma addirittura come un nemico, al punto da teorizzare di fatto uno smantellamento dell’Unione europea usando la testa di ponte dei partiti dell’ultradestra. Merz fa bene a definirlo inaccettabile. Il problema è che cosa fa l’Europa».
Che risposta che potrebbe dare Bruxelles?
«Non deve perdere tempo e diventare potenza. Dobbiamo affrancarci dalla tutela americana, essere in grado di esprimere una capacità strategica sviluppando una difesa europea. Ma quando parliamo di difesa europea non bisogna fare quello che sta facendo la Germania, cioè spendere i miliardi stanziati per la difesa in sistemi d’arma americani. L’Ue deve investirli in progetti comuni. Poi bisogna che l’Europa parli definitivamente con una sola voce in politica estera, e già abolire l’unanimità in politica estera e sulle questioni strategiche sarebbe il passaggio a Nord-Ovest senza il quale non ci sarà mai una voce forte dell’Ue nelle cose che succedono nel mondo».
Questo vale anche sul piano commerciale, dove Trump è più sensibile?
«Invece di accettare supinamente i dazi, avremmo dovuto cercare di far valere la forza di questo grande mercato da 450 milioni di consumatori. Dobbiamo anche eliminare questa sorta di dipendenza dal mercato americano, come se noi se non potessimo esportare da nessun’altra parte. Ci sono moltissimi altri mercati al mondo che dobbiamo cominciare a cercare, basti pensare all’accordo Mercosur con l’America Latina».
C’è quindi una tripla indipendenza da auspicare: quella commerciale, quella militare e quella politica. Non c’è però il rischio che si sfaldi il concetto di Nato?
«Ormai è chiaro che gli Stati Uniti non vogliono più essere il paese guida della Nato, sono loro stessi a chiedere all’Europa di prendere la guida dell’Alleanza. Il punto è che l’Ue la deve prendere in quanto Europa, non in quanto mandataria degli Stati Uniti. Non bisogna affossare la Nato, ma dentro essa il Vecchio Continente deve esprimere una propria forza, anche liberandoci dallo schema di comprare armi americane».
E con l’accordi per l’Ucraina?
«L’Europa si farebbe potenza decidendo da subito di lanciare il prestito che consentirebbe a Kyiv di tenere almeno per altri due anni e strappare una pace giusta e non una pace come quella che Trump e la Russia vorrebbero imporle. Il problema è qui ci nascondiamo dietro l’opposizione del Belgio, ma la verità è che questo prestito dovremmo farlo emettendo eurobond, cioè in solidarietà finanziaria. Ma in questo la Germania è la prima a opporsi. Se Merz dice di volere cambiare passo, di sviluppare un’autonomia, un’indipendenza, deve anche rendersi conto che questo significa per esempio avere il coraggio sull’Ucraina di fare esattamente quello che abbiamo fatto con il Covid. Perché la minaccia che viene da un’eventuale vittoria russa in Ucraina non è meno esistenziale di quella che noi abbiamo avuto col Covid. È meno percepibile nell’immediato, ma sicuramente significherebbe mettere in discussione la nostra possibilità di vivere in sicurezza per i prossimi decenni».
In questa dialettica con The Donald, rientra anche l’Alternative für Deutschland?
«Sì, è teorizzato nero su bianco e gli Usa faranno di tutto per aiutare l’Afd. Una loro delegazione verrà presto ricevuta a Washington. E con questo viaggio, ci sarà il vero riconoscimento ufficiale come forza politica a tutti gli effetti. Questo è un passaggio fondamentale: perché l’Afd oggi ha oggettivamente delle posizioni che significano nei fatti cancellare tutta la tradizione europeista della Germania».
