Piano di tutela delle acque, in Emilia Romagna i ritardi mettono a rischio territorio e investimenti?

Due anni sono passati, eppure il nuovo Piano di Tutela delle Acque (Pta) della Regione Emilia Romagna tarda ancora a vedere la luce. Le ultime notizie sono dell’ottobre del 2023. All’epoca del governatore Bonaccini, l’Assemblea legislativa regionale aveva dato l’ok, senza voti contrari, al Documento Strategico adottato dalla Giunta un mese prima, affinché prendesse ufficialmente il via la fase di elaborazione del nuovo Pta, avente orizzonte temporale al 2030. Il maggio precedente era stato adottato il “Calendario, Programma di Lavoro e Misure consultive”, “al fine di raccogliere eventuali osservazioni da parte del pubblico per un periodo minimo di sei mesi”.

La notizia, pubblicata il 10 ottobre di quell’anno sul portale istituzionale regionale, informava dell’avvio del “percorso partecipato per la definizione del nuovo Piano”. E lo faceva riportando dati incredibili: 4miliardi di metri cubi d’acqua caduti nel maggio 2023 su una superficie di 16mila chilometri quadrati (cioè i tre quarti dell’intera superficie regionale). “La pianificazione regionale – si legge nel documento – dispone attualmente di un Piano, approvato nel 2005 ed elaborato secondo quanto prevedeva la precedente disciplina, ormai superata”. Il nuovo, invece, “prevede 4 obiettivi (avere acqua disponibile oggi e domani, consapevoli che è la risorsa più preziosa da difendere; rendere l’acqua pulita e sicura, per le famiglie e per le imprese; tutelare e riqualificare i luoghi dell’acqua; progettare opere in grado di garantire la sicurezza alla luce degli ultimi eventi), 10 linee d’azione e 50 misure da mettere in campo”. L’approvazione del Piano, stando a quanto si legge nei documenti ufficiali, riguarda “454 corpi idrici fluviali, 7 corpi idrici di transizione, 2 marino-costieri, 5 lacustri e 135 sotterranei”. Il Pta come priorità delle priorità, dunque. Tanto più che, dopo quella data, altre alluvioni e inondazioni hanno purtroppo falcidiato e messo a dura prova la tenuta del territorio.

La recente alluvione che ha devastato l’Emilia Romagna e i lunghi periodi di siccità che l’hanno colpita hanno reso ancora più evidente come il tema dell’acqua sia estremamente complesso e strategico nelle politiche nazionali e regionali, ed evidenziato la necessità di agire prontamente”, aveva commentato Irene Priolo, a suo tempo vicepresidente della Regione con delega all’Ambiente, oggi assessore al ramo. “La possibilità di gestire le acque è diventata per i nostri territori un argomento molto importante”, ha affermato la stessa Priolo un mese fa, nel corso dell’inaugurazione di un’opera a Medicina, comune del Bolognese. “Questo nuovo Piano che si va delineando – si legge invece nei documenti ufficiali –, si pone obiettivi ambiziosi, da raggiungere attraverso azioni proiettate dal medio al lungo periodo”. L’obiettivo dichiarato del Pta – definito dagli stessi documenti come “lo strumento mediante il quale la Regione Emilia Romagna persegue la tutela e il risanamento delle acque superficiali, marine e sotterranee, per raggiungere gli obiettivi di qualità ambientale nelle acque interne e costiere del proprio territorio e si impegna a garantire un approvvigionamento idrico sostenibile nel lungo periodo e per le generazioni future” – è quello di arrivare a una corretta gestione delle risorse idriche, così da poter fronteggiare i due estremi che determinati territori si trovano purtroppo sempre più a vivere: siccità da un lato, calamità naturali dall’altro.

E infatti, secondo il documento dal titolo “Calendario, programma di lavoro e misure consultive” – una vera e propria roadmap del Pta, scritta e diffusa dalla Regione -, l’approvazione finale in Assemblea Legislativa sarebbe dovuta arrivare nell’ottobre 2024, dopo varie fasi quali gli incontri con gli stekeholders, l’adozione del progetto in Giunta, l’espressione del parere motivato VAS, le osservazioni e le controdeduzioni, l’approdo, appunto, al Parlamento regionale. Fatto un conto rapidissimo, il ritardo accumulato è dunque di circa un anno rispetto alla tabella di marcia immaginata inizialmente. Eppure, che la revisione del Piano fosse in cima alla lista delle cose da fare – anche in virtù, purtroppo, dei tanti eventi calamitosi che hanno colpito la regione – lo hanno detto e ripetuto, oltre alle figure istituzionali, anche diverse associazioni e enti del terzo settore. Legambiente e Confindustria, per citare due tra le più grandi e influenti, hanno più volte sollecitato l’ente regionale a perseguire questa strada.

Ancora nello scorso mese di aprile, il sindacato degli industriali presentava, consegnandoli al neo-governatore Michele De Pascale, due studi proprio sulla tutela delle acque e sullo sviluppo di nuovi modelli di governo e gestione delle risorse idriche. Un modo per stimolare le istituzioni ad accelerare sulla modifica del Pta. “Vorremmo poter vivere e lavorare in un territorio in cui l’acqua sia una risorsa disponibile, accessibile e sicura”, afferma in quella sede Annalisa Sassi, presidente di Confindustria Emilia Romagna, secondo cui “non sarà possibile perseguire alcuna strategia di investimento, di crescita e di decarbonizzazione se il territorio non è in sicurezza”. Un alert, quello di Confindustria, che pone l’accento su un tema importante. La ritardata approvazione del nuovo Piano di Tutela delle Acque sta in qualche modo rallentando investimenti e crescita del territorio?