Dopo due mesi di cessate il fuoco in cui le tensioni, anche da ultimo, non sono mancate, il piano di pace si accinge a passare alla sua fase successiva. Oggi, al tavolo dei negoziati di Doha, gli Stati Uniti attendono rappresentanti provenienti da oltre 25 Paesi partner, in viaggio verso il Qatar con l’obiettivo di predisporre la cosiddetta Forza internazionale di stabilizzazione per Gaza (Isf). Una squadra che, nella fase 2 del programma elaborato dalla Casa Bianca e accettato dalle parti, avrebbe il compito decisivo di neutralizzare tutte le capacità offensive di Hamas, insieme alle sue strutture militari, a partire dai tunnel. A questo si aggiungerebbe poi un altro incarico: l’addestramento di una forza di polizia palestinese per il mantenimento dell’ordine.

Passare dalla teoria alla pratica, però, non è mai facile, soprattutto se si hanno delle perplessità anche sullo stesso modus operandi della Isf, sul suo numero, per non parlare poi della sua composizione, questione che ha generato diversi attriti. Poco più di una settimana fa, al Forum di Doha, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, aveva ribadito la convergenza di Ankara con la volontà di mediazione di Trump, affermando che il proprio Paese era intenzionato a “intervenire e pronto a fare di tutto per contribuire al processo di pace in corso”. Ma la disponibilità turca a unirsi alla Isf era stata respinta fermamente da Israele, che continua a vedere nell’antica Anatolia un attore ostile.
Nessuno Stato, al momento, ha manifestato pubblicamente il proprio impegno nel voler inviare delle truppe a Gaza. Ieri alla Camera, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha sottolineato: “Abbiamo dato da mesi la disponibilità a fare in modo che ci sia una tregua e poi la pace. Uno sforzo della comunità internazionale deve essere fatto da tutti i Paesi e quindi anche da noi”. Se le intenzioni sembrano esserci – l’Italia è uno degli Stati occidentali con più presenze nelle missioni Ue, Nato e Onu – nel concreto tutto deve essere ancora definito.

E come se non bastasse, il cessate il fuoco sta rischiando di incrinarsi. Hamas ha espresso in più occasioni il suo dissenso all’impiego di qualsiasi esercito internazionale dentro Gaza e il sospetto di una sua riorganizzazione in corso preme ulteriormente sulla necessità di procedere con il piano. Dall’altro lato, Israele non rimane ferma a guardare. La notizia dell’uccisione dell’alto comandante di Hamas tra i presunti ideatori del 7 ottobre, Raed Saad, ha fatto infuriare non poco l’alleato americano, come testimoniato dal messaggio privato con cui Trump ha voluto redarguire Netanyahu. Secondo la Casa Bianca, l’assassinio mirato di Saad avrebbe costituito una violazione dell’accordo di cessate il fuoco.

Stando a quanto riportato da Axios, infatti, l’inviato della Casa Bianca, Steve Witkoff e il consigliere del tycoon, Jared Kushner, avrebbero espresso frustrazione dopo la notizia, soprattutto per la mancanza di una consultazione prima dell’attacco: “Se vuoi rovinare la tua reputazione e dimostrare che non rispetti gli accordi fai pure, ma non permetteremo che tu rovini la reputazione del presidente Trump dopo che ha mediato l’accordo su Gaza”. Ma Netanyahu è inamovibile sulle sue intenzioni, ribadite durante la riunione settimanale del gabinetto: “La nostra politica rimarrà ferma e indipendente. Decidiamo noi cosa fare per la sicurezza di Israele e per quella dei soldati israeliani”.