Il caso è chiuso. Lo dice la foto del cardinale Pizzaballa con i poliziotti che l’hanno fermato domenica. Lo dicono i comunicati stampa del presidente israeliano, Isaac Herzog, e del Patriarcato di Gerusalemme. Una volta che ci si è resi conto del rischio che il fuocherello avrebbe degenerato in un incendio, tutti si sono premurati di buttare una coperta sulle fiamme. Magari anche a costo di rinunciare a una parte di ragione.

C’è stato un errore di valutazione. Come pure un eccesso di zelo. Il primo lo si può attribuire al Patriarcato. Il secondo alla polizia israeliana. Da qualche tempo a questa parte, Pizzaballa non gode dell’amore della comunità ebraica. Né in Israele, né all’estero. Specie in Italia. Le sue prese di posizione a fianco della popolazione di Gaza possono avere un senso se si pensa alla comunità cristiana che vive nella Striscia. Tuttavia, si trovano esposte alle critiche di mancanza di super partes se interpretate secondo lo spirito ecumenico della cristianità. Tale per cui il primo pensiero dev’essere sempre rivolto alle vittime del pogrom del 7 ottobre 2023, poi a quel che ne è seguito.

L’intenzione di prendere parte a una celebrazione privata della Domenica delle Palme può essere vista come un voler forzare la mano in una situazione di estrema tensione? Sì, se la osserva nell’ambito della crisi che Israele sta vivendo. Il Paese passa la giornata negli shelter. La popolazione vive con ansia l’ennesimo conflitto, che va in coda al 7 ottobre, alla guerra in Libano e poi a quella dei dodici giorni contro l’Iran. Si respira un clima di nervosismo collettivo. Dal 28 febbraio scorso, tutti i Luoghi santi, di tutte le fedi, sono chiusi. Gerusalemme vecchia è una città fantasma. In questo quadro, l’uscita di Pizzaballa può cadere vittima di critiche anche aspre.

Tuttavia, c’è un però. Che si chiama “status quo”. Ovvero quell’equilibrio inviolabile di orari di preghiere, manutenzione dei luoghi di culto, posizionamento di oggetti in posti particolari – la scaletta di cedro sulla facciata del Santo Sepolcro, che nessuno tocca da secoli è passata alla leggenda – che costituiscono un corpus di consuetudini di cui Israele, dal 1967, si è fatto garante, ma che non può modificare in maniera unilaterale. Impegno ribadito in maniera inequivocabile ieri da Herzog e Netanyahu in persona. Alla luce di questo ginepraio di storia, fede e sentimenti collettivi tesi come molle pronte a scattare, si capisce di più il motivo per cui Pizzaballa ha cercato di percorrere a piedi quei 350 metri che distano dal Patriarcato alla Porta di Jaffa al Santo Sepolcro. Per un ministro di Dio, le celebrazioni eucaristiche non sono solo un diritto, ma anche un dovere.

Com’è stato quello dei poliziotti che l’hanno fermato. Perché questo era l’ordine ricevuto. In una situazione di allarme generale, in un luogo privo di rifugi, dove sono comunque piovuti resti di droni iraniani abbattuti, l’altolà intimato al Patriarca non si può che comprendere. Tanto più alla luce degli scambi di cortesie che, qualche giorno prima, c’erano stati tra cristiani armeni e cristiani ortodossi, le altre due comunità che custodiscono i Luoghi santi. Dato il rischio dei raid dal cielo e di scintille tra le comunità di fedeli “Tutti a casa!” Questa era la consegna che le forze di sicurezza israeliane hanno rispettato alla lettera. In questo clima, succede che le prime linee si facciano carico di una rigidità esecutiva non richiesta dai centri di comando. Il Medio Oriente si conferma quello che è. L’unico posto al mondo dove «nulla è aut-aut, ma tutto è et-et». Lo diceva, nel 2010 a chi scrive, l’allora Custode di Terrasanta, Pierbattista Pizzaballa.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).