Politica
Pnrr Scuola, il trionfo della burocrazia sul merito
Perché l’A.C. 2807 è un’occasione persa per il capitale umano italiano.
Il recente aggiornamento normativo introdotto dagli articoli 18 e 19 del D.L. n. 19/2026 (A.C. 2807), presentato come il motore per garantire la continuità del PNRR Istruzione, svela una realtà preoccupante. Dietro la retorica della “modernizzazione” si cela il consolidamento del vecchio dirigismo statalista: mentre l’Europa ci chiede riforme capaci di liberare energie, l’Italia risponde con proroghe burocratiche e un’ulteriore erosione del principio di merito.
L’articolo 18 interviene su reclutamento e mobilità segnando una netta regressione rispetto a qualunque prospettiva dinamica della scuola.
La scelta di stilare le graduatorie dei concorsi basandosi esclusivamente sul punteggio delle prove, escludendo i titoli accademici e professionali, trasforma i docenti in numeri intercambiabili. Questa “semplificazione” è un paradosso: premia la performance estemporanea di un test a scapito di anni di formazione specialistica, tradendo il concetto stesso di capitale umano. Se non riconosciamo il valore del percorso di studio, come possiamo pretendere di attrarre i migliori talenti?
Sui trasferimenti, il decreto insiste su vincoli triennali e deroghe puramente anagrafiche. È il trionfo della coercizione sulla motivazione. In un sistema libero, la continuità didattica si otterrebbe con incentivi salariali e sedi attrattive; qui, invece, si sceglie la “pena detentiva” burocratica. Nei sistemi europei d’eccellenza, come in Francia e Germania, si utilizzano indennità di sede significative (fino al 30% dello stipendio base) per attrarre i docenti nelle aree disagiate o ad alto costo della vita. L’Italia preferisce invece condannare il personale a una frustrante immobilità, trasformando la scuola in un apparato statico anziché in un mercato del lavoro dinamico.
Come Partito Liberaldemocratico, riteniamo che la vera resilienza non si ottenga con nuovi vincoli, ma con l’autonomia. Per questo proponiamo un emendamento di rottura all’Articolo 18: l’introduzione della chiamata diretta per una quota del 20% dei posti vacanti.
Non è una provocazione, ma una necessità. Vogliamo che le istituzioni scolastiche, trasformate in veri centri di eccellenza, possano selezionare i propri docenti tramite bando pubblico per titoli e colloquio, individuando i profili più coerenti con il proprio Piano Formativo (PTOF). Un docente esperto in intelligenza artificiale o in didattica inclusiva deve poter essere scelto da una scuola che ha fatto di quegli ambiti la propria missione, senza essere ostaggio di un algoritmo ministeriale cieco.
Sul fronte organizzativo e del supporto tecnico (Art. 19), la strategia appare puramente difensiva. L’estensione al 2027 dei gruppi di supporto e delle task force è il segnale di un’incapacità cronica: le strutture ordinarie non sanno gestire l’innovazione e lo Stato risponde creando “strutture parallele” invece di emancipare gli istituti.
Mentre gli articoli in questione spostano i riferimenti temporali per la riforma degli istituti tecnici e il nuovo ordinamento ATA (rinviato al 2027/2028), emerge la mancanza di coraggio nel percorrere la strada dell’autonomia spinta. Lo stanziamento di 28 milioni di euro per incarichi temporanei ATA e semiesoneri ha il sapore di un ammortizzatore sociale: serve ad attenuare l’impatto del calo demografico (un milione di studenti in meno nei prossimi 15 anni), ma non offre alcuna visione su come ripensare l’autonomia di bilancio e di gestione.
Il combinato disposto degli articoli 18 e 19 configura una scuola “resiliente” solo sulla carta. Per un pensiero liberaldemocratico, questa è un’occasione sprecata per tre ragioni fondamentali:
Manca la Concorrenza: Le scuole restano uffici periferici del Ministero.
Manca il Merito: Il reclutamento viene livellato verso il basso per comodità amministrativa.
Manca la Libertà: Si investe sui muri e sulla digitalizzazione (Art. 19) ma si diffida delle persone, negando ai presidi-manager la leva per costruire squadre d’eccellenza.
In conclusione, il PNRR Scuola rischia di trasformarsi in un immenso esercizio di manutenzione dell’esistente. Senza il coraggio di passare dalla gestione delle graduatorie alla valorizzazione dei talenti tramite la chiamata diretta, la digitalizzazione e i nuovi edifici resteranno cattedrali nel deserto di un sistema che ha paura della libertà e della responsabilità.
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