Polemiche biglietti Olimpiadi, Belluno reintroduce i ticket ordinari: i diritti dei residenti calpestati

Switzerland's Franjo von Allmen speeds down the course during an alpine ski, men's downhill official training, at the 2026 Winter Olympics, in Bormio, Italy, Friday, Feb. 6, 2026. (AP Photo/John Locher) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Ci si è – giustamente – indignati davanti alla storia del bambino lasciato a terra sulla linea 30 tra Calalzo di Cadore e Cortina d’Ampezzo, perché in possesso di un biglietto ordinario e non di tipo “olimpico”, cioè quello maggiorato recentemente emesso da Dolomiti Bus S.p.A. (un’impresa di autotrasporti privata, partecipata dalla Provincia di Belluno). S’è parlato – e a ragione – di “umanità mancata”. Non s’è parlato – e a torto – di cattiva regolazione: quella che consente a un grande evento di riprezzare un servizio quotidiano, facendo pagare ai residenti il prezzo disegnato per i visitatori.

In vista di Milano Cortina 2026 la linea è stata potenziata e, per un periodo definito (23 gennaio-17 marzo 2026), è stata introdotta una tariffazione speciale. L’impianto, nelle ricostruzioni, ruotava attorno a un biglietto giornaliero “da evento”, indicato come ticket da 10 euro valido 24 ore sull’intera tratta, e a una disciplina che riduceva o escludeva l’uso dei titoli ordinari. La logica economica è chiara: più domanda, più corse, più costi; il prezzo mira a coprire il potenziamento e a governare la congestione. Il difetto è che, se non separa in modo credibile visitatori e residenti, la disponibilità a pagare dei primi diventa il conto dei secondi.

Il cortocircuito nasce perché il trasporto locale, su certe tratte, non è un mercato contendibile. Il residente è un consumatore captive: non può cambiare operatore e non ha sostituti efficienti. In questo contesto il prezzo non è più un segnale, diventa una tassa implicita. Non stupisce che, dopo il clamore, siano arrivati correttivi: la Provincia di Belluno, con atto del 31 gennaio 2026, ha reintrodotto i biglietti ordinari a fascia chilometrica accanto al ticket giornaliero e ha previsto un fondo di rimborso, destinato ai residenti non abbonati che avevano dovuto acquistare i biglietti giornalieri. La società di trasporti ha addirittura sospeso l’autista eccessivamente zelante. Ma il punto è che, in assenza di concorrenza, l’antidoto è scrivere (bene) le regole: informazione comprensibile e un titolo residenti a prezzo protetto, acquistabile senza frizioni.

Un grande evento è un contratto, né più, né meno: la comunità mette a disposizione un asset scarso, il territorio, e in cambio deve poter negoziare benefici e ripartizione dei costi. Se la rendita dell’evento viene estratta senza protezioni automatiche per i residenti nell’accesso ai servizi essenziali, l’Olimpiade cessa di essere una leva di sviluppo e diventa una redistribuzione al contrario, in cui il capitale dell’evento incassa e il residente finanzia. Il parallelismo con Milano è inevitabile. Anche lì l’attrazione di grandi capitali è stata celebrata come successo in sé; quando la politica locale non negozia da pari a pari, il valore creato si concentra e i costi di adattamento ricadono sui residenti sotto forma di prezzi e accessibilità. In montagna la frattura è immediata: un biglietto diventa un confine. In città è più lenta, ma non meno reale.

Se vogliamo che lo sviluppo derivante dai grandi eventi, dalle infrastrutture strategiche, dalle trasformazioni urbanistiche generi crescita e benessere per tutti, bisogna riportare la discussione sul terreno dello scambio: chi beneficia dell’extra-domanda deve sopportarne i costi marginali, mentre ai residenti va garantita continuità nei servizi di base, anche con sistemi di adeguamento locale. Perché ciò accada, la politica deve essere libera e forte (e – aggiungo – competente). Vi ricorda qualcosa?