Marco Riva, presidente del CONI Lombardia, disegna quale dovrà essere l’eredità lasciata dal Giochi a Milano e nella regione. Capitalizzare l’entusiasmo e l’impegno umano, sostenere l’associazionismo. E andare oltre i valori sportivi in Costituzione per garantire l’accesso alla pratica

Presidente Riva, i Giochi sono in pieno svolgimento. Quando si spegnerà la fiaccola, cosa resterà concretamente a Milano e alla Lombardia, ma soprattutto cosa dovrebbe restare?
«Resteranno anzitutto le infrastrutture. Milano avrà impianti importanti come l’Arena di Santa Giulia, costruita in tempi da record, che potrà ospitare eventi sportivi ma anche concerti e spettacoli, diventando uno spazio di aggregazione per la cittadinanza. Poi resteranno le infrastrutture viarie e di trasporto, che grazie ai Giochi hanno avuto un’accelerazione decisiva: alcune sono già ultimate, altre verranno completate, ma la spinta è stata reale. E resteranno le competenze: organizzare un evento di questa portata significa formare migliaia di professionisti nella sicurezza, nella logistica, nella comunicazione. Penso anche ai volontari, un capitale umano prezioso che potrà essere messo a disposizione di altri eventi sul territorio».

C’è poi un’eredità meno tangibile….
«Certamente. La cerimonia di apertura ha avuto un riscontro internazionale molto positivo, e questo incide sulla reputazione del Paese. Chi viene per i Giochi non guarda solo le gare: scopre Milano, scopre la montagna, mangia, visita, e spesso torna. Dal punto di vista del posizionamento turistico e dell’attrattività per gli investimenti è un valore enorme. Ma c’è qualcosa di ancora più profondo: questi Giochi hanno sperimentato un modello diffuso su più territori, e non è un dettaglio. Le Olimpiadi invernali 2030 sulle Alpi francesi seguiranno lo stesso schema. Milano-Cortina sta creando un precedente organizzativo».

Tutto questo però non è automatico. Un’eredità va coltivata, altrimenti si disperde
«Esattamente. Il successo di un grande evento si misura a distanza, non durante. Nella fase dei Giochi c’è l’emozione, il senso di unità, l’attenzione mediatica. Ma poi le luci si spengono, e il rischio è che certi sport tornino invisibili fino alla prossima Olimpiade. Non deve succedere. Bisogna lavorare sulla comunicazione, sulla copertura continua dello sport di base. E soprattutto sull’impiantistica: i grandi impianti ci sono, ma la vera emergenza è quella degli impianti diffusi, quelli dove si pratica attività sportiva tutti i giorni. La domanda è altissima, sia a Milano sia nel resto della Lombardia. Se dopo i Giochi un ragazzo si appassiona al pattinaggio o al curling, deve poter trovare un posto dove allenarsi».

Di cosa hanno bisogno concretamente Milano e la Lombardia per trasformare questa spinta in qualcosa di duraturo?
«Di un piano strategico per lo sport, che metta insieme impiantistica, formazione, supporto all’associazionismo e comunicazione. Non un programma per uno o due anni, ma una visione di lungo periodo. Il talento nasce sul territorio, nelle associazioni sportive, che oggi rappresentano un presidio educativo fondamentale in una società che ha perso altri punti di riferimento. Ma quelle associazioni vanno sostenute: i dirigenti, i tecnici, le famiglie dei ragazzi che fanno sport. Senza questo sostegno, diventa difficile in futuro avere nuovi talenti. La nostra regione parte avvantaggiata rispetto ad altre, molte cose funzionano, ma l’asticella si può e si deve alzare, anche perché competiamo con realtà internazionali di primo livello».

L’articolo 33 della Costituzione riconosce il valore dello sport, ma ancora non sancisce un diritto all’accesso, alla pratica. È un tema su cui lavorare anche a partire da queste Olimpiadi?
«È il punto decisivo. Riconoscere il valore dello sport non basta se poi non si garantisce a tutti la possibilità di praticarlo. Accessibilità significa impianti adeguati anche per le persone con disabilità, ma significa anche accessibilità economica: ci sono famiglie per le quali l’iscrizione a una società sportiva è un lusso. E poi c’è un nodo strutturale che non viene quasi mai affrontato: il sistema sportivo italiano si regge sull’associazionismo volontario, persone che hanno un altro lavoro e dedicano il tempo libero allo sport. È bellissimo, ma rischia di invecchiare. Se vogliamo che i giovani si avvicinino anche ai ruoli dirigenziali e tecnici, dobbiamo offrire loro qualche certezza economica. Professionalizzare chi opera nelle associazioni sportive è il prossimo passo necessario».

Qual è il primo impegno concreto del CONI Lombardia dopo i Giochi?
«Costruire un lavoro di squadra con tutte le istituzioni, non solo quelle sportive. Perché lo sport è economia, turismo, socialità, scuola. Proprio la scuola è una priorità: più pratica sportiva giovanile, più cultura sportiva nelle aule. E portare gli atleti che stanno vivendo questi Giochi nelle scuole, a raccontare le loro storie. Lo scopo del movimento olimpico resta quello: costruire un mondo migliore attraverso lo sport. Dopo la fiaccola, tocca a noi non far spegnere quella luce».