Il risultato della consultazione referendaria dice che gli italiani, o perlomeno la maggioranza di quelli che hanno partecipato al voto, non hanno creduto a una riforma della giustizia caratterizzata dalla separazione delle carriere dei Giudici dal Pubblico Ministero per realizzare finalmente la triade del giusto processo. L’analisi del voto è complessa: i cittadini del nord e nord-est, macroaree produttive del Paese, si sono nettamente schierati per il sì, evidentemente consapevoli di quanto la macchina giudiziaria incida sulle modalità dello sviluppo; il voto dei giovanissimi si è trincerato nella forza di un suggestivo messaggio di rottura ma al contempo di solidità, a difesa della Costituzione; il centro Italia, pare così corretto interpretare, ha espresso un voto militante di opposizione al Governo; il sud si è in parte chiamato fuori dalla partita. Ma questa è quasi una analisi politica, probabilmente anche troppo superficiale, che comunque ci compete fino ad un certo punto.

A chi si occupa dei temi della giustizia in una prospettiva liberale e che si batte per la realizzazione del disegno costituzionale del giusto processo interessa soprattutto la posizione della Magistratura italiana. Problema che non si può e non si deve porre per il singolo Magistrato, giudicante o del Pubblico Ministero, che domani siederà sullo scranno del Giudice o coordinerà le investigazioni. Né il dibattito potrà riguardare il singolo Avvocato che davanti a quel Giudice e nel contraddittorio con il Pubblico Ministero sarà chiamato a esercitare il suo ruolo di interprete della difesa tecnica. Sapranno questi professionisti governare ogni dinamica del processo come le Leggi attuali impongono. Guai a chi dovesse, nel processo o nell’attività giudiziaria, coltivare sentimenti di rivalsa o di non rispetto del ruolo. Altro sono le posizioni della Magistratura associata. ANM ha ottenuto una impropria legittimazione politica che deve far riflettere. Non depongono bene le incredibili quanto scomposte manifestazioni di giubilo del Partito dei Magistrati. In qualche sede, si sono addirittura appropriati dei canti partigiani come se la cultura democratica appartenesse a una parte, dalla quale sarebbero esclusi coloro che credono nei valori del giusto processo e nella necessità della riforma dello Statuto dei Magistrati nel tentativo di accreditare la falsa idea di un corpo sociale, unico protagonista di una nuova stagione di difesa della Costituzione. Dall’altra parte, non si contano gli errori di comunicazione, ma anche i contenuti sbagliati attribuiti al nuovo testo costituzionale da chi ha inteso mettere il cappello sulla stessa riforma, che aveva altri padri e un contenuto parzialmente diverso.

Nel nostro piccolo, anche noi evidentemente non siamo stati capaci di portare fuori dall’ambito degli operatori giuridici la cultura dei valori del giusto processo con il suo carico di libertà che, per verità, non sempre ha mostrato di attecchire nel nostro tessuto sociale. Consapevoli della sconfitta, siamo pronti a ragionare sui limiti della riforma votata da una sola parte e sulla quale probabilmente le forze parlamentari avrebbero dovuto lavorare per un compromesso. Sarà questo il modo più giusto per leccarsi le ferite, capire e prima ancora rispettare l’esito del voto del popolo.

Ma ora, mentre i Partiti litigano, si occupano di primarie, infilano i cittadini in un anno e mezzo di campagna elettorale, che fine farà la giustizia? La campagna referendaria ha comunque avuto il merito di porre al centro della discussione i limiti del sistema e la necessità di un nuovo equilibrio, non tra i poteri, ma all’interno dell’ordine che è chiamato a gestire il potere giudiziario. Sarebbe davvero riduttivo e certamente ingeneroso per quella metà o poco meno degli elettori che ha votato a favore del cambiamento, ma anche per i tantissimi che hanno voluto legittimamente utilizzare l’appuntamento referendario per segnare un punto contro la maggioranza politica, negare il problema per il quale evidentemente non si è condivisa la risposta.

Se ANM pensa di gestire questa vittoria politica cavalcando un potere e una rappresentanza improprie invece di rientrare, come un fiume dopo l’esondazione, nell’alveo del ruolo istituzionale che compete alla magistratura, non renderà un buon servizio al Paese. Ci è parso di comprendere che, almeno una parte delle Forze Politiche e dei Magistrati contrari alla riforma, non mettessero in discussione la necessità di un intervento per realizzare appieno l’articolo 111 della Costituzione. Non si sono fidati del contesto e, evidentemente, neppure del testo. Ma chi ha vinto non può confidare nell’immobilismo. Debbono essere pensati nuovi assetti per realizzare appieno la terzietà del Giudice. La politica, come sempre, ha questa responsabilità.

Eriberto Rosso

Autore

*Avvocato penalista