Trump deve ammetterlo. Putin è migliore di lui. A negoziare come a mostrare i muscoli. Il presidente russo ha atteso una settimana prima di parlare. Era venerdì scorso quando la bozza del negoziato ha iniziato a circolare. Da allora il Cremlino ha preso le misure, per uscire quindi allo scoperto un contesto del favore a un regime che vuole apparire solido più che mai. A Biskek, in Kirghizistan, dove si è tenuta una riunione dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Colletiva (Otsc), il leader del Cremlino si sente a casa. Laggiù, nell’Asia colonizzata dagli zar e poi di pieno dominio sovietico, un nostalgico dei ben tempi andati, può dire cose che nessuno può confutarli. Su Zelensky che non merita di esistere, l’Europa ridicola e gli Usa piegati al suo volere.

La chiarezza di Putin

Con la sua contronarrazione, Putin fa un passo indietro di mezzo secolo e torna all’Urss che, proprio con la guerra in Ucraina, vorrebbe far risorgere. In questi sette giorni di silenzio, lo zar ha assistito allo sdegno espresso da Ucraina ed Europa per un piano di pace a loro imposto e come tale irricevibile. Si è goduto lo spettacolo di un’Amministrazione Trump che non ha saputo mantenere la riservatezza di come questa bozza, scritta in cirillico e quindi tradotta maldestramente in inglese, sia finita nelle mani della stampa. Nel frattempo, le sue armate sono avanzate. A suo dire, «le forze russe circondano Seversk da tre lati, mentre Pokrovsk e Myrnohrad sono del tutto isolate». Una settimana e poi un commento che ha il sapore di una sentenza non negoziabile. «La guerra finirà quando le truppe ucraine si ritireranno», ha detto Putin. Con una chiarezza degna di Vujadin Boškov. Altro che 28 punti, o altre clausole. Lo zar vuole che i soldati ucraini se ne vadano dalla loro stessa patria. A quel punto si potrà trattare.

Le condizioni russe: Donbass e Crimea sotto giurisdizione russa

Putin dice che il redivivo Lavrov aspetta la delegazione Us a Mosca la prossima settimana. Ma tutto è già stato scritto. Donbass e Crimea sotto giurisdizione russa, come lo stesso accordo presentato dagli Usa prevedeva – va detto – sono la condizione imprescindibile per iniziare un accordo di pace da una posizione di vittoria per la Russia e quindi di capitolazione per Kyiv. Così tratta Mosca. Non arriva a un giusto mezzo, come invece fa un affarista come Trump. Negoziazione e muscolarità sono le due facce di una stessa medaglia. Tanto peggio per Kyiv se non accetta. O per Washington che insiste a non capire. Se gli obiettivi non dovessero essere raggiunti per le “vie diplomatiche”, sarà la guerra a farlo. Cos’altro c’è da dire? Per Mosca, l’Ucraina non ha ragion d’essere. «La sua leadership è illegittima e non c’è alcun bisogno di firmare documenti congiunti», ha aggiunto Putin.

Un film già visto

Colpo basso inferto pure all’Europa, che insiste a tenere congelati gli asset russi nelle sue banche. «Un furto per il quale Mosca sta preparando le giuste contromisure». Del Vecchio continente il presidente russo si è fatto beffe anche in merito ai timori che, prima o poi, la Russia lo attaccherebbe. «Sono ipotesi ridicole», così ha chiuso, rispondendo implicitamente all’indiscrezione del Wall Street Journal per cui la Germania avrebbe definito, già nel febbraio 2022, una risposta sul campo qualora la guerra entrasse nel cuore d’Europa. Per certi un film già visto quello trasmesso dal cuore dell’Asia. Per il Cremlino siamo moralmente ed economicamente falliti. Tutto da dimostrare. C’è chi ci crede, come Orbán atteso oggi stesso a Mosca a baciare la pantofola del suo master and commander. Bruxelles dovrebbe imparare a rispondere. Sappiamo cosa glielo impedisce.

Putin e il caso Witkoff, la stoccata a Trump

Meno scontato l’attacco agli Usa. Riguardo alle sanzioni americane, Putin ha detto che stanno danneggiando i rapporti bilaterali e si è detto sorpreso che Washington abbia preso di mira i colossi energetici russi. Sbarrata la porta poi su un possibile ritorno al G8. Perché, come nella favola della volpe e dell’uva, Putin non vede come si potrebbe interagire con i leader di un vertice che alla Russia non interesse. Tra Brics, varie conferenze asiatiche e un rapporto preferenziale con la Cina, Mosca fa vedere di essere tutt’altro che isolata. Anche qui, sono punti di vista. Ma la stoccata più acida Putin l’ha riservata al caso Witkoff. «Nel nostro Paese, intercettare informazioni è un reato». Come a dire: Trump non è neanche in grado di eliminare i fedelissimi che sbagliano. Putin sente di avere la vittoria in tasca. Per noi – Ucraina, Europa, ma anche per gli Usa – è un dramma non avere la forza per dimostrargli che non è vero.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).