Quando le rocce diventano armi, i rischi dei minerali strategici per la sicurezza Usa: alla Cina basta un interruttore per interrompere tutto

A worker operates a truck as molten slag is poured into a container at PT Vale Indonesia's nickel processing plant in Sorowako, South Sulawesi, Indonesia, Tuesday, Sept. 12, 2023. Demand for critical minerals like nickel and cobalt is surging as climate change hastens a transition to renewable energy, boosting carbon emissions by miners and processors of such materials. (AP Photo/Dita Alangkara) Associated Press/LaPresse Only Italy And Spain

Dietro gli apparati militari più sofisticati del mondo non ci sono solo codici segreti o strategie ultrasofisticate, ma… minerali. Metalli e materiali che le industrie militari statunitensi impiegano quotidianamente – dal titanio per i jet stealth al cobalto nei sensori elettronici – ma che, in gran parte, l’America non possiede e non estrae. E a dominare il mercato globale di molti di questi c’è la Cina, la Russia o un’altra delle nazioni appartenenti all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai che si sono riunite a Tianjin a settembre.

Le catene di approvvigionamento adottate dalle aziende che producono per il Ministero della Difesa Usa (o per il Ministero della Guerra, come lo sta ribattezzando Trump) sono vulnerabili e facilmente manovrabili da Paesi che Washington ha fatto del suo meglio per irritare, specialmente nell’ultimo anno. Si rischia che, nel mezzo di un nuovo conflitto, qualcuno faccia saltare queste catene semplicemente spegnendo un interruttore.

Non solo terre rare

Ma le terre rare sono solo la punta dell’iceberg. Oltre a neodimio e praseodimio, la Difesa (o la Guerra) americana dipende da materiali critici come antimonio, titanio, tungsteno, ma anche magnesio e tantalio, sempre più soggetti a controlli sulle esportazioni da parte di Pechino per ritorsione contro la politica dei dazi voluta dal Presidente Usa.

Il Pentagono ha cercato di correre ai ripari già lo scorso luglio, stringendo con MP Materials – la grande azienda estrattiva specializzata in materiali critici – un’intesa basata su equity, garanzie di prezzo a 10 anni per alcune terre rare, contratti a lungo termine sui magneti e finanziamenti per infrastrutture. Una mossa intelligente e ben piazzata, vista anche la partecipazione di colossi finanziari come Goldman Sachs e JP Morgan. Ma forse non tutti hanno notato che il 7,7% di MP Materials rimane in possesso di Shenghe Resources, una compagnia di proprietà del Ministero per le Risorse Naturali cinese.

Le vulnerabilità sistemiche

Ma i più gravi punti deboli della catena di forniture Usa non sono le miniere, ma le successive fasi industriali: raffinazione, fusione, finitura, creazione di vetri di alta qualità per ottiche e blindature e anche esplosivi e propellenti speciali. Ad esempio, la nitrocellulosa, il più comune propellente per i proiettili, ma anche uno dei più diffusi esplosivi, è oggi sotto controllo cinese o indiano, e la capacità americana di produrlo è limitata dalla carenza di catene di approvvigionamento delle fibre di cellulosa e di infrastrutture chimiche dedicate alla nitrazione e al riciclo dei solventi.

Anche l’acciaio speciale e l’alluminio aerospaziale non mancano come materie prime, ma scarseggiano le linee di produzione certificate con tecnologie come la laminazione spessa, i trattamenti termici e altri avanzati trattamenti di laboratorio. Aziende americane in grado di realizzare questi processi esistono già e stanno cercando di ampliare la loro capacità produttiva, ma sono strozzate dal numero limitato di strutture operative. Per questo, oggi Carpenter sta investendo nell’espansione della sezione fonderie e forgiatura, Novelis sta trasformando in impianti in continuo vecchie infrastrutture che ora lavorano in batch, e Constellium ha ricevuto 23 milioni dal Pentagono per rinnovare il suo impianto per le fusioni di alluminio presso Muscle Shoals.

Strategie per il breve termine: puntare su alleanze ed economia circolare

Altre attività di mitigazione messe in atto replicano il modello di partnership che il Pentagono cerca di applicare alle forniture di materiali critici: sostegni a impianti di raffinazione nazionali o di Paesi alleati (sempre che oggi questi esistano ancora e lo rimangano anche domani…), contratti pluriennali per il riciclo e «waste-to-value».

Un ruolo importante può essere giocato dalle calcine refrattarie all’oro ottenute dal pretrattamento di minerali d’oro che non possono essere direttamente fatti reagire col cianuro per ottenere il prezioso metallo. In attesa dell’avvio delle nuove miniere in Idaho, estrarre minerali critici e terre rare dai residui delle estrazioni minerarie esistenti può permettere di compensare, almeno parzialmente, la carenza di questi elementi, come abbiamo raccontato sul Riformista il 28 agosto.

Un serio piano industriale

Il Pentagono sta accumulando scorte di alcuni di questi, come il cobalto. Ma, per scongiurare il rischio di strozzature, la soluzione non è solo realizzare qualche accumulo e alcune partnership con le aziende di casa: occorre un piano industriale che permetta di realizzare (entro pochi anni) una capacità produttiva sicura e interamente – dalla miniera al prodotto finito – sotto l’ombrello americano o di Stati certamente alleati, una gestione sistematica delle scorte di tutti i materiali sensibili e la possibilità di accelerare rapidamente le linee di estrazione, trasformazione e produzione in caso di crisi.

Se l’Amministrazione Usa riuscirà a intervenire con un piano industriale serio e – necessariamente, che a Trump piaccia o meno – condiviso con gli alleati, molti colli di bottiglia possono essere sbloccati. Se aspetta, durante un prossimo conflitto – sempre meno improbabile, vista la bellicosità che sta dimostrando il futuro premio Nobel per la Pace – la Difesa (Guerra) americana potrebbe collassare non in seguito a un attacco improvviso, ma perché scatterà un lucchetto cinese sulle forniture o sulle fasi industriali più specializzate.